22 maggio 2010. “Sono 45 anni che l’Inter sta aspettando questo momento!!”


  • Il fascino dell’Inter è il piacere della sofferenza.
    (Massimo Moratti)
  • Ma dimmi cosa c’è di meglio di una continua sofferenza per arrivare alla vittoria.
    (Elio e le storie tese nell’inno nerazzurro)
  • L’Inter è spiritualità, è un modo di vivere, di essere. Un’avventura storica straordinaria: sconfitte, vittorie di Pirro, casualità, è sempre un sabato del villaggio. L’interista è programmato geneticamente alla sconfitta, noi la vittoria non sappiamo come gestirla.
    (Roberto Vecchioni)
  • L’Inter è una forma di allenamento alla vita. È un esercizio di gestione dell’ansia, e un corso di dolcissima malinconia. È un preliminare lungo anni. (Beppe Severgnini)

Non è puro piacere citazionistico, per comprendere il significato di una vittoria in casa nerazzurra è necessario avere un’idea ben chiara di cosa sia l’Inter per i suoi tifosi. Pare tutto riassumibile nell’immagine di un corteggiamento dall’esito incerto, l’attimo che precede un bacio ricercato da tempo e che puntualmente si dissolve in un “accompagnami a casa”. E’ frustrante ma anche stimolante, perché quando poi il bacio arriva, il peso della conquista affonda nei cuori con molta più intensità. Quel 22 maggio 2010 l’Inter ha regalato ai suoi tifosi qualcosa per cui vale la pena soffrire per decenni, la Champions League. Un percorso lungo, un’impresa culminata con il triplete targato Josè Mourinho e Massimo Moratti. Prima di parlare di quella finale contro il Bayern Monaco però, è giusto selezionare i punti focali che han permesso all’Inter di essere lì a Madrid in quella notte di undici anni fa.

ESTATE 2009

Ricordo i commenti di mio padre sulle notizie di mercato apprese dal mitico televideo. Inizialmente l’acquisto di Thiago Motta e Milito non destarono grandissimo entusiasmo, le notizie su Ibra in partenza spaventavano e poi, inaspettatamente, mio padre esclamò “Questo è bello cattivo”. Il tono tralasciava intendere una leggera eccitazione. Sto parlando di un calciatore di cui, a mio avviso, si parla un po’ poco nel ricordo di quell’annata, il centrale difensivo Lucio. L’estate avanza, si prende consapevolezza dell’addio di Zlatan, alleviata dallo scambio con Samuel Eto’o, ormai fuori dal progetto del Barcellona. Infine, dopo il primo fallimento stagionale contro la Lazio in Supercoppa Italiana, arriva il vero eroe di quel magico anno, un eroe senza volto, di cui ci è nota solo la professione. Moratti racconta «A Forte dei Marmi, mi fermò un barista: “Presidente, ci manca un unico giocatore. Quello che darà le accelerate decisive in mezzo al campo. Wesley Sneijder”. 

Ebbene sì, a rifinire il gioco arriverà proprio il trequartista madrileno, su consiglio di un barista visionario. Il gruppo era formato, fu a quel gruppo che Mou propose la sfida. “Abbiamo trionfato in Italia. Ora dobbiamo fare qualcosa in più. Che dite se proviamo a fare la storia di questo club?”

LA TRASFERTA DI KIEV

“Pazza Inter” quell’anno è stato un concetto di cui si è certamente abusato. Per farla breve, il girone di Champions vede le prime tre gare contro Barcellona, Rubin Kazan e Dinamo Kiev terminare tutte in pareggio. Partite sporche che complicano tantissimo l’esito del girone per i milanesi, che nel ritorno contro il Dinamo Kiev di Shevchenko non hanno molti risultati disponibili. Devono vincere. All’intervallo l’Inter è sotto di 1-0. La reazione di Mou negli spogliatoi, nelle parole di Dejan Stankovic, fu molto diplomatica «Uo… fa entrataccia su lettino di massaggio, poche volte l’ho visto così arrabbiato, mi ricordo che diceva “se voglio uscire devo uscire perché ci hanno battuto, ma non così, così non voglio uscire”. Alla ripresa l’Inter ha un’altra mentalità, ma solo all’86’ riagguanta il risultato con Diego Milito. Qualcosa in quel momento è cambiato, ovviamente tutto nel giro di pochi intensissimi minuti, come la pazza Inter tende a fare. All’88’ arriverà il goal del vantaggio di Sneijder, sulla ribattuta della conclusione di Sulley Muntari. L’Inter è viva.

IL GOAL DI ETO’O A LONDRA

Gli ottavi sono una sfida complicatissima per Mou e i suoi ragazzi. Per rendere bene l’idea non è abbastanza parlare di Chelsea, ma del Chelsea di Terry, Ballack, Lampard, Anelka, Drogba. Paura facevano paura. Ricordo ancora il rumore delle vibrazioni della traversa colpita su punizione da Didier nell’andata a Milano. Lo stadio si ammutolì. Grazie ai goal di Milito e Cambiasso l’Inter vinse quella partita per 2-1. Ritengo però partita di svolta il ritorno allo Stamford Bridge. In quei 90’ minuti si è accesa una consapevolezza: quella squadra poteva vedersela con chiunque. Il goal di Eto’o fu bellissimo, l’assist di Snejder da togliere il fiato. I nero azzurri, sconfitti dal Catania in campionato nella precedente partita, avevano appena espugnato la casa dei Blues.

SEMINIFINALE CON IL BARCELLONA

Con il Barca è stata una vera e propria guerra. Qui ritorno a parlare di quello che, a mio avviso, viene troppo poco nominato per l’importanza che ha avuto. Lucio, insieme a Walter Samuel, avevano costruito un muro dalla solidità mostruosa. L’idea di squadra è fondamentale, ma in occasioni di emergenza, personalità singole del loro calibro fanno la differenza. Come ricorda il capitano Javier Zanetti nel descrivere il ritorno al Camp Nou: “Il piano partita saltò dopo il rosso di Motta. Fu resistenza allo stato puro. All’intervallo Mourinho quasi non parlò. Ci disse solo: “Ragazzi, a rischiare qui sono solo loro”. Il 3 a 1 dell’andata a San Siro firmato da Maicon, Milito e Wesley Sneijder innesca un clima di tensione e di dichiarazioni forti da parte dei blaugrana, certi di rimontare il risultato. Frecciatine verbali a cui Mourinho risponderà con un concetto fondamentale al trionfo milanese tanto quanto lo son stati gli eventi in campo.

LA DIFFERENZA TRA SOGNO ED OSSESSIONE.

“Abbiamo il sogno di giocare la finale di Champions, mentre per il Barcellona è un’ossessione. Per loro andare a Madrid a giocare una finale è un’ossessione. E c’è differenza tra sogno ed ossessione, il sogno è più puro. Per loro è anti-madridismo, una cosa che non riesco davvero a capire”. Parole che non han bisogno di alcun commento. Solo l’ambizione di un sogno ti dà la forza di resistere a quel Barcellona, persino in inferiorità numerica. Il goal di Piquè non basterà, l’Inter è in finale di Champions League.

22 MAGGIO 2010

  • Julio Cesar tra i pali.
  • A destra Maicon, centrali la coppia Lucio-Samuel, a sinistra, col caschetto, Chivu.
  • In mezzo al campo il capitan Zanetti e il lucidissimo Cambiasso.
  • Sulla trequarti Wesley Sneijder.
  • Li davanti un trio formato da: Goran Pandev sulla sinistra, Eto’o sulla destra e centrale Diego Alberto el principe Milito.

L’interista medio avrà ripetuto questa formazione fino allo sfinimento, saranno loro a coronare il sogno. L’invadenza emotiva di quella gara fu soffocante per tutti, anche i più esperti come il capitano: “Non ho mai sofferto una vigilia di un match in vita mia, ho sempre riposato alla grande. Ma quella notte non la dimentico: ero in camera con Cordoba, siamo entrambi devoti a Santa Rita, che si festeggia il 22 maggio. Aspettammo mezzanotte, ci guardammo, accendemmo insieme una candela e ci mettemmo a pregare. Meno male che non prese fuoco l’hotel!”. Il richiamo alla santità, quando non vinci una competizione del genere da più di quarant’anni, è uno dei primi pensieri al mattino di quel giorno. Sappiamo tutti come andrà la partita e le emozioni che la contornano. Julio Cesar in lacrime nello spogliatoio non era neanche quotato. “Ora Samuel ci dirà come vinceremo questa sera”. Mou lasciò la parola a Eto’o per il discorso pre partita. Il camerunense racconta anni dopo di questo accaduto, centrando in pieno l’importanza di ciò che stesse accadendo. “Erano più di quarant’anni che non vincevamo e il nostro pubblico desiderava solo questo, c’era molta emozione e ricordo di aver detto ai compagni di aver giocato molte finali, ma questa era la più importante. Dovevamo fare qualcosa per un popolo, un pubbllico che se lo meritava. E allora ho detto: “O moriamo in campo e portiamo a casa la coppa o moriamo perché non torniamo a Milano con la coppa”. Non resta che rivivere le immagini di quello che è stato il bacio più bello e atteso della storia nero azzurra.

Abascià Domenico


Like it? Share with your friends!

What's Your Reaction?

Love Love
0
Love
Happy Happy
0
Happy
Lol Lol
0
Lol
Sad Sad
0
Sad