Calcio femminile: l’Italia verso il professionismo


Il calcio femminile negli anni ha sempre vissuto nell’ombra del palcoscenico sportivo italiano. Solo dopo i risultati ottenuti dalla nostra nazionale Women ai Mondiali di Francia 2019, l’intera penisola sembra essersi accorta dell’esistenza di questo sport. 

E se sono aumentati il seguito e l’attenzione per il calcio in rosa, ciò che continua a mancare è lo status di professionismo, fondamentale per la tutela dei diritti delle calciatrici. In Italia ci si sta pian piano muovendo in questa direzione, ma è necessario arrivare velocemente a una svolta, soprattutto se si considera che tale obiettivo è stato raggiunto dai movimenti calcistici femminili di quasi tutta Europa. 

L’emergenza da Coronavirus ha messo in difficoltà anche il settore del calcio. Durante la prima ondata lo sport si è fermato. Solo il calcio maschile poi ha ripreso il campionato. Quello femminile, dilettantistico sulla carta, no. 

Con l’inizio della nuova stagione i riflettori si sono puntati sul calcio maschile. Ma il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha spiazzato tutti dichiarando che la sua principale volontà è quella di accelerare l’iter legislativo che porti il professionismo nel mondo del calcio femminile. 

Martina Soligo


“Il presidente Gravina sta facendo un ottimo lavoro sul calcio femminile e io tra l’altro sto già lavorando a una richiesta importante: nella riforma dello sport, che sicuramente porteremo in approvazione entro l’estate, dobbiamo prevedere anche il professionismo femminile”


Perché è importante il professionismo 

Pensiamo a una calciatrice di Serie A. Si impegna come una professionista tra allenamenti quotidiani, trasferte, ritiri. Ma la sua figura lavorativa, in quanto definita dilettante, vede pochissimi diritti e zero tutele. Niente maternità, indennità di malattia, assicurazioni e fondo pensionistico, solo per fare alcuni esempi. Inoltre il calcio femminile italiano, ad oggi, non è in grado di offrire contratti superiori a 30.658 euro e con un’estensione massima di due anni. Questo perché le stesse società calcistiche devono essere in grado di sostenere l’economia di un club professionista e il passaggio di status fuori dal dilettantismo comporta un aumento di costi. 

Uno dei maggiori ostacoli al professionismo in Italia è la legge n.91 del 1981, a oggi ancora in vigore:

“(…) sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica.”.

Attualmente in Italia sono considerati professionisti solo gli atleti maschi che praticano questi sport: calcio, basket, golf, ciclismo, motociclismo e pugilato. Alcuni anni fa è stata proposta la modifica secondo cui si chiedeva lo stato di professioniste anche alle donne praticanti questi stessi sport, ma la richiesta è stata totalmente bocciata.

I primi passi verso il professionismo

Il primo vero passo avanti per le calciatrici verso una svolta si è verificato nell’estate del 2015. Michele Uva, allora direttore generale della Figc, inserisce nelle licenze nazionali dei professionisti – ovvero le liste di criteri che le squadre maschili professioniste devono seguire per poter giocare in Serie A, B e C – due norme.

La prima dice che ogni club deve obbligatoriamente tesserare venti calciatrici di età inferiore ai 12 anni. Si tratta di un primo vero investimento nelle giovani ragazzine che possono finalmente praticare questo sport con un team che investe su di loro e che quindi ha l’interesse di portarle avanti nella carriera. 

La seconda norma prevede che i team maschili possano rilevare il titolo sportivo delle società dilettantistiche femminili e partecipare con la nuova squadra direttamente ai massimi campionati di calcio femminile. In questo modo una squadra di donne può finire direttamente sotto l’ala di un club maschile, avendo accesso a servizi e strutture di altissimo livello. 

Quattro anni dopo, l’11 Dicembre 2019, avviene qualcosa di sconvolgente. I senatori Tommaso Nannicini e Susy Matrisciano presentano un emendamento alla Legge di Bilancio che apre le porte del professionismo al calcio femminile. Questo introduce un esonero contributivo totale per tre anni, sino a un tetto di ottomila euro, per le società che stipuleranno con le loro atlete contratti di lavoro sportivo ai sensi della legge del 1981. La Figc accoglie con favore l’emendamento, dichiarandosi favorevole all’introduzione del professionismo nel calcio femminile. 

La Federazione prevede l’applicazione di questa norma a partire dalla stagione 2022/2023. Un reale passo avanti che porterà, finalmente, a un traguardo per cui le calciatrici si battono da anni. 


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