Dolor y gloria: i 128 anni della Nazionale Argentina


C’è un momento particolare nella cronaca dell’Argentina in cui il calcio si mescola con la Storia, quella dei grandi eventi. Non siamo nel 1978, nel “Mondiale della vergogna”, in cui Stato e pallone sono strettamente connessi, bensì otto anni dopo, dove questi due mondi – apparentemente così lontani – sono legati da un filo sottile, quasi invisibile.

Il goal del secolo di Maradona, con la memorabile telecronaca di Vitor Hugo Morales

La partita è tra le più celebri: Argentina-Inghilterra, quarti di finale di Messico ’86. L’episodio è ancora più iconico. Il goal del secolo, la cavalcata di Diego Armando Maradona, che salta mezza squadra avversaria e deposita dolcemente il pallone in rete. Una magia che racchiude l’essenza di un Paese. Dieci secondi dove milioni di abitanti rimangono col fiato sospeso. A parte Vitor Hugo Morales, che nella sua telecronaca non trova più le parole per descrivere il miracolo che el Diez sta compiendo allo stadio Azteca e si lascia andare a un onomatopeico “ta-ta-ta”, prima di esplodere in una gioia mista a incredulità.

Un secolo di attesa

Il calcio come riscatto sociale. È come se in quell’anno l’Argentina si fosse liberata di tutti i suoi demoni. Ci sono voluti quasi cento anni, in effetti, perché la nascita della Nazionale Albiceleste è datata 21 febbraio 1893. E fin dagli albori si dimostra come una delle più competitive, con quattro vittorie in Coppa America, una finale alle Olimpiadi del 1928 e una al primo Campionato del Mondo della storia nel 1930, entrambe perse per mano dell’Uruguay.

Malgrado i continui successi continentali (altre 8 Coppe America tra il 1937 e il 1959), la Selección fatica ad affermarsi fuori dai confini latinoamericani. Colpa di una regola dell’Afa, l’Asociación del Fútbol Argentino, che escludeva dalle convocazioni i calciatori che giocavano fuori dal Paese. Peccato che nel Secondo Dopoguerra il feeling tra gli argentini e l’Europa fosse irresistibile. I talenti migliori migrano nel Vecchio Continente in cerca di fama e successo, rinunciando alla loro Nazionale e divenendo così “oriundi”.

El Cabezón“, Omar Sivori

Uno dei primi casi celebri è quello di Alfredo Di Stefano, ma i veri traditori della patria sono considerati “Gli angeli dalla faccia sporca” (Los Carasucias): Sivori, Angelillo e Maschio. Una generazione di fuoriclasse che vinse la Coppa America del 1957 e si candidò come principale favorita al Mondiale di Svezia, salvo poi vedere i propri migliori giocatori partire per l’Italia, condannando l’Argentina a una rassegna deludente, nominata per l’appunto “El desastre de Suecia”. Un gesto imperdonabile.

Le affinità elettive

Fin dalla nascita di questo gioco l’Argentina ha mostrato una naturale predisposizione per il calcio, sia per i talenti prodotti sia per il calore del tifo. Di Stefano, Sivori, Maradona, Messi. La Bombonera, il Monumental. Tutti simboli di questo sport nella sua forma più pura. Insomma, se pensiamo al calcio non possiamo dimenticare questo Paese. Si dice che gli inglesi abbiano inventato il football e che i brasiliani lo abbiano migliorato, ma forse quest’ultimo primato va condiviso ex aequo con gli argentini.  

E la genialità in campo scalda il supporto sugli spalti di un popolo già caliente di suo. Chi non ha mai sognato, da amante del pallone, di assistere a una partita casalinga del Boca Juniors? Noi italiani, da buoni latini, un po’ li capiamo. Ma se qui viviamo per il calcio, in Argentina è più di una religione, tanto da dare i natali al primo Papa tifoso (del San Lorenzo). Una terra dove la redenzione di un uomo avviene sì la domenica, ma allo stadio e non in chiesa.

Tempi duri creano Nazionali forti

Nonostante questa passione viscerale per il calcio, però, gli argentini hanno dovuto attendere parecchio prima di ricevere soddisfazioni dalla loro Nazionale. Per vedere l’Albiceleste competitiva bisogna spostare in avanti le lancette del tempo, fino al 1978. Il Mondiale, giocato in casa, lo vince la Selección, ma il popolo non lo sente proprio fino in fondo. Le questioni politiche prevalgono su quelle calcistiche, è in corso il dramma dei desaparecidos e nel Paese non si parla più di libertà. E come se non bastasse, anche la competizione stessa pullula di passaggi ambigui, di rapporti oscuri e di situazioni sospette, dalla clamorosa partita dell’Argentina col Perù, fino alla finale con l’Olanda.

La finale del Mondiale del 1978

Spagna ’82 è una pagina da dimenticare, mentre nel 1986 è tutto diverso. La storia di quel quarto di finale e di quel Mondiale è nota, ma il significato del trionfo in terra messicana va oltre il rettangolo verde. L’avversario, che el pibe de oro umilia grazie a genio e sregolatezza (oltre che un po’ di furbizia), non è casuale. È quell’Inghilterra verso la quale il popolo argentino prova sia risentimento sia una sorta di “gratitudine”. Nel 1982 centinaia di giovani, chiamati alle armi, perdono la vita nella guerra delle Falkland, contro l’esercito britannico. Il conflitto vede uscire l’Argentina con le ossa rotte, ma rappresenta anche l’ultimo respiro della giunta militare e il ritorno alla democrazia.

La redenzione

Il trionfo in finale con la Germania è simbolo di liberazione e di libertà. Un urlo rimasto strozzato per troppi anni, che finalmente ha un’eco. È il secondo Mondiale conquistato in otto anni dall’Albiceleste, ma sicuramente è quello dal sapore più dolce. Sulla scia dell’entusiasmo, l’Argentina vive il suo miglior momento a livello calcistico. Nel 1990 arriva un’altra finale al Mondiale, mentre nel 1991 torna in bacheca la Coppa America, che mancava dal 1959. Due anni dopo la replica, nel centenario della Nazionale, nel mezzo la vittoria nella prima edizione della Confederations Cup della storia.

Trascorso il decennio d’oro, solo delusioni. L’Argentina non ha mai smesso di produrre talenti generazionali, ma gli ultimi tempi sono stati avari di soddisfazioni, con cinque finali perse, quattro in Coppa America e una al Mondiale in Brasile, nel 2014. E forse non è un caso che l’ultimo trofeo sia arrivato al compimento dei 100 anni della Nazionale, come se in quel preciso istante il tempo si fosse fermato e l’Albiceleste avesse assolto il proprio dovere nei confronti del suo popolo. Ma finché in questa terra incantata continueranno a nascere giocatori straordinari, noi non potremo fare altro che guardare con ammirazione all’Argentina. Ad altri 128 di questi anni.

Andrea Bonafede


Like it? Share with your friends!

What's Your Reaction?

Love Love
2
Love
Happy Happy
0
Happy
Lol Lol
0
Lol
Sad Sad
0
Sad