Gennaro Gattuso: cinque ricordi memorabili della sua vita calcistica


Rino Gattuso oggi è l’allenatore del Napoli, la seconda esperienza su una panchina importante dopo la parentesi tra il 2017 e il 2019 con il Milan. Da giocatore il suo calcio era tutto cuore, corsa e interdizione, i tifosi lo amavano soprattutto per la grinta che sapeva mettere in campo in ogni singola occasione. Una volta passato dall’altra parte della barricata, calandosi nei panni dell’allenatore, Gattuso ha mostrato una predilezione verso un calcio tecnico, più ragionato, un mix di ciò che lui era solito mostrare sul rettangolo verde e dei preziosismi di giocatori di classe quali Kaká e Ronaldinho, giusto per citare due suoi illustri ex compagni di squadra.

Nei primi mesi con il Napoli ha proposto un 4-3-3 fondato sul possesso palla e finalizzato a tenere il pallino del gioco. Tale filosofia è sfumata col tempo in un 4-2-3-1 fatto di verticalizzazioni e maggior consistenza in mediana, a dimostrazione della sua capacità nel sapersi adeguare alle caratteristiche della rosa a disposizione. Quello di Gattuso è un percorso che parte da lontano, una maturazione agonistica consumata in terra di Scozia che fece da apripista a una carriera ricca di soddisfazioni. Sono davvero tanti i momenti indelebili vissuti dal tecnico calabrese, qui abbiamo deciso di selezionarne cinque in particolare.

La tappa scozzese

Nel 1997 Gattuso era un giovane promettente. Disponeva di tempra, carattere e soprattutto grande determinazione; per capirlo bastava leggere il suo sguardo. Tutte qualità importanti ,se non addirittura fondamentali, quando nella vita si sceglie di diventare un calciatore professionista. Il Perugia scelse di puntare su quel ragazzino della provincia di Cosenza quando ancora doveva compiere 13 anni. Due campionati primavera vinti, l’esordio in serie A appena maggiorenne e un totale di 8 presenze in una stagione amara per i Grifoni, culminata con la retrocessione in serie B.

Nell’estate del 1997 vinse le resistenze del club umbro, che sembrava fermamente intenzionato a trattenerlo. Il giovane Rino decise di testare le proprie capacità all’estero, in un contesto a lui sconosciuto: firmò con un club storico, i Rangers di Glasgow. “Conservo grandi ricordi della mia stagione con i Rangers. Amo tuttora quel periodo. Fu a Glasgow che iniziai a pensare da calciatore professionista. A Perugia mi mancava qualcosa dal punto di vista mentale, avevo sempre paura di sbagliare, ma a Glasgow migliorai: fu lì che capii che avrei potuto disputare una carriera ad alto livello”. Quello scozzese fu un importante crocevia nel percorso di maturazione di Gattuso sia come calciatore che come uomo, la classica esperienza giusta al momento giusto. Una sola ma intensa stagione, impreziosita dalla presenza di compagni di squadra del livello di Paul Gascoigne, Jonas Thern e Brian Laudrup. 

La prima Champions 

I tifosi del Milan ebbero modo di innamorarsi di “Ringhio” parecchie volte nell’arco di 13 anni costellati da diversi trofei. Uno dei momenti topici è senza dubbio la finale di Manchester, l’atto finale della Champions League del 2003 giocato al cospetto della Juventus. Gattuso interpretò quella partita alla sua maniera, correndo come un disperato e lottando su ogni singolo pallone. Resse il confronto fisico con una mediana avversaria che disponeva di elementi quali Camoranesi, Tacchinardi e Davids, rincorrendoli e contrastandoli a turno fino al termine dei supplementari.

Battagliero, duro ma mai scorretto, quella partita rappresentò l’essenza e soprattutto l’essenzialità del suo calcio. Un ragazzo a cui la natura non ha donato piedi sopraffini, ma che attraverso la grinta e una gigantesca forza di volontà si è ritrovato a coprire un ruolo fondamentale all’interno di una rosa competitiva come quella del Diavolo, vieppiù in un’occasione tanto importante come una finale di Champions. Oggi sappiamo tutti come andò quella partita, ma è sacrosanto riconoscere che se la storia consegnò ai posteri l’immagine di un Paolo Maldini sorridente in procinto di alzare al cielo la coppa dalle grandi orecchie, buona parte del merito fu anche suo, di quell’indomito e mai domo numero 8. 

“Se te ne vai ti ammazzo”

Altra finale, stavolta cara non solo ai tifosi rossoneri, ma a tutti gli italiani. È l’ultimo atto del mondiale 2006, Grosso ha appena messo dentro l’ultimo rigore, gli azzurri hanno battuto la Francia e si sono laureati campioni del mondo per la quarta volta nella loro storia. Esplode la gioia collettiva, ma dopo pochi secondi Gattuso corre verso una precisa zona del campo puntando deciso verso il Ct Marcello Lippi: “Se te ne vai ti ammazzo!”, urla guardandolo dritto negli occhi. Nel dirgli quella frase utilizza un tono a metà tra lo scherzo e la minaccia, ancora una volta emerge un particolare importante del suo modo di stare al mondo. Con quelle parole vuole dire ok, abbiamo vinto, siamo felici, ma insieme possiamo fare ancora tanto.

Nella vita, come in campo, Gattuso ha sempre concesso il giusto spazio all’impulsività, un lato intrinseco della sua persona che forse, in quel caso specifico, era troppo inebriata dalla gioia della vittoria per fare i conti con un gruppo giunto ormai al suo apogeo, in procinto di vivere, di lì a poco, la fase discendente di una meravigliosa parabola.

“In tutto questo periodo abbiamo dimostrato di essere una squadra tosta, dura e, fatemela passare questa perché ormai è tardi, con due cxxxxxxx enormi sotto”.

Non serve aggiungere altro a questa sua dichiarazione nel post finale. Schiettezza e parole che arrivano dritte all’animo di chi ascolta: Rino è anche questo. 

Gattuso vs Jordan 

È il 15 febbraio 2011. A San Siro va in scena la sfida d’andata degli ottavi di Champions League tra Milan e Tottenham. Alla fine del match è la squadra inglese a spuntarla grazie a un gol realizzato da Peter Crouch all’80’ minuto, ma sarà un altro l’episodio destinato a rimanere nella memoria di quella serata. L’assistente allenatore degli Spurs è un certo Joe Jordan, ex attaccante britannico che nei primi anni ’80 disputò due stagioni proprio con la maglia del Milan.

Nel corso della partita il vice di Redknapp comincia a inveire contro i giocatori rossoneri: prima polemizza per un fallo fischiato su Thiago Silvia (“This is not a swimming pool!”), poi si lascia letteralmente andare a frasi inequivocabili quali “Italian bastard! Italian bastard!”Al solo udire queste parole Gattuso perde la testa: termina la gara e il numero 8 del Milan affronta Jordan a muso duro, gli mette le mani al collo, lo colpisce con una testata. La Uefa decide in seguito di squalificare Rino per 5 turni, lui stesso si rende subito conto di aver esagerato. “Mi è scattata l’ignoranza” dirà intervistato dalle Iene per sdrammatizzare un episodio che, nel bene o nel male, offre un’ulteriore testimonianza della garra che lo contraddistingue. 

La prima gioia da allenatore

Il 17 giugno 2020 allo stadio Olimpico di Roma si gioca la finale di Coppa Italia, una data insolita dovuta alla pausa forzata imposta dalla pandemia da Covid-19. Di fronte ci sono Napoli e Juventus, alla guida degli azzurri proprio lui, Rino Gattuso. Né i tempi regolamentari né i supplementari bastano a sbloccare lo 0-0 iniziale, la sfida per decretare un vincitore necessita quindi della lotteria dei rigori.

I giocatori partenopei sono perfetti dal dischetto, mentre ai bianconeri risultano fatali gli errori di Danilo e Dybala. Finisce 4-2, il Napoli festeggia la vittoria e Gattuso può finalmente assaporare il suo primo trofeo da allenatore. È il riscatto di chi ha sempre lavorato mettendo al primo posto l’umiltà, la rivalsa di un uomo che da gregario è divenuto condottiero, riuscendo a portare avanti senza remore la sua idea di calcio fino a condurla al successo in una serata di metà giugno. Emblematica una sua dichiarazione durante la conferenza post gara: “Per come vivo io il calcio è davvero difficile fare questo mestiere. A volte mi sento il presidente, a volte il magazziniere, a volte il dottore di questa squadra. Oggi invece mi sento addosso questa vittoria”.  


Mauro Manca


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