Johan Cruijff, l’uomo che ha cambiato il calcio


Il calcio, così come lo sport in generale, è una materia fluida e soggetta a mutare col trascorrere del tempo. Se è vero che sono gli uomini a scrivere il corso della storia, ce ne sono alcuni destinati a stravolgerla. Per esempio, nella boxe di parla di un’epoca prima e dopo l’avvento di Muhammad Ali, così come nel basket si associa un cambiamento epocale all’ascesa di Michael Jordan. Nel mondo del pallone questa demarcazione è rappresentata dall’avvento del cosiddetto “calcio totale”.

le origini del calcio totale

Il primo a gettare le basi di un’idea di gioco organica, che prevedesse una costruzione corale della fase d’attacco, fu l’allenatore Jack Reynolds. Il maestro britannico portò avanti le sue idee durante la sua permanenza sulla panchina dell’Ajax, lasciando in Olanda una chiara impronta tattica la cui eredità venne raccolta alcuni anni più tardi da Rinus Michels. Da calciatore, Michels aveva vissuto due stagioni sotto la guida di Reynolds a metà degli anni ’40. Mise a frutto quel biennio per studiare e comprendere la nuova filosofia calcistica proposta dal suo mentore e renderla sua. Col tempo avrebbe avuto modo di mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti in qualità di futuro tecnico dell’Ajax, del Barcellona e della nazionale olandese.

Alla selezione Orange è collegata l’idea di un modo rivoluzionario di praticare il football, una concezione in cui il solo adempiere al proprio ruolo in campo non era ormai sufficiente, ma occorreva sempre aggiungere qualcosa in più. Come coprire una posizione lasciata sguarnita da un compagno, proporsi in una sovrapposizione, accompagnare l’azione e dare qualità al possesso palla. Sul piano teorico i meriti dell’affermazione del calcio totale si distribuiscono tra Michels e Reynolds, senza dimenticare il leggendario Stefan Kovac, tecnico rumeno che contribuì alla fortuna dell’Ajax dopo aver raccolto l’eredità dello stesso Michels.

Johan Cruijff: il profeta del gol

Tra gli interpreti sul terreno di gioco non esistono dubbi su chi sia stato il protagonista assoluto del calcio totale, tanto da esserne persino stato rinominato il profeta. Quell’uomo è stato ed è Hendrik Johannes Cruijff, o più semplicemente Johan. Quasi per volere del fato, la casa di Amsterdam dove trascorse l’infanzia sorgeva nel quartiere di Betondorp, a soli 300 metri dallo stadio De Meer, l’impianto che all’epoca ospitava le partite casalinghe dell’Ajax. Come se in qualche modo fosse già scritto che quel ragazzino avrebbe legato buona parte della sua vita al bianco e al rosso dei de Godenzonen, tradotto letteralmente “i figli di Dio”.

Ma prima che si mettesse in moto la macchina del destino, la vita del giovane Cruijff raccontava di una famiglia di umile estrazione, che da ormai tre generazioni si era guadagnata credibilità vendendo frutta e verdura in un piccolo negozio di periferia. Nel frattempo, così come accade per tanti bambini in giro per il mondo, l’amore per il calcio di Johan sbocciò tra le strade e dalle partitelle improvvisate. Sfide sull’asfalto a cui lui e il fratello maggiore Heini prendevano parte quotidianamente con gli altri ragazzini del quartiere. Già all’epoca con il pallone faceva quello che voleva, ironia della sorte per uno che sarebbe stato scartato dal servizio militare per via dei suoi piedi piatti.

Ajax

L’avventura con l’Ajax di Johan cominciò dalle giovanili all’età di 10 anni. Fin da subito fu chiaro per chiunque che quel ragazzo avesse qualcosa in più. Lo si vedeva da come trattava la palla, da come alzava la testa con la sfera tra i piedi, da come si muoveva in anticipo sullo sviluppo dell’azione, quasi avesse l’abilità di prevederne l’andamento. Per tutta la carriera non ebbe mai un ruolo specifico, a nessuno dei suoi allenatori venne in mente di ingabbiarlo in un preciso quadro tattico. Cruijff godette sempre della piena libertà di esprimere il suo estro, a prescindere dalla zona di campo in cui si trovasse. Fu la riprova del fatto che, quando si ha che fare con un fuoriclasse di tale portata, il modo migliore per ottenere il massimo dalle sue prestazioni è lasciare che il suo talento fluisca, indipendente da vincoli o dettami sul piano teorico.

A margine di una carriera giovanile che lo vide segnare montagne di gol, l’esordio in prima squadra avvenne a 17 anni per volontà dell’allora allenatore dell’Ajax Vic Buckingham. Fu l’inizio di un percorso che condusse a una vasta serie di trionfi, legati in larga parte al sodalizio tra Cruijff e Rinus Michels, in quella che nel cuore degli anni ’60 si sarebbe trasformata in una vera rivoluzione calcistica. Nel talento di Johan, Michels trovò il faro capace di dare vita alle sue idee di gioco, alla sua visione di movimento collettivo sul rettangolo verde. Arrivarono i titoli di campioni d’Olanda, arrivò una Coppa dei Campioni, ma soprattutto arrivò la consapevolezza di aver cambiato qualcosa in meglio e per sempre.

Il treble di Cruijff

La stagione perfetta dell’Ajax di Cruijff fu quella dell’annata 1971/72. Sotto la guida di Stefan Kovacs, i biancorossi vinsero ancora una volta il campionato olandese, per poi conquistare la seconda coppa dei Campioni di fila in finale contro l’Inter di Sandro Mazzola. Nella sfida di Rotterdam si scontrarono due opposte filosofie di gioco: il pragmatismo e il cosiddetto catenaccio all’italiana da una parte, l’estro e la propositività degli olandesi dall’altra. Lo squadrone biancorosso uscì trionfante da quella finale, Cruijff segnò due gol e si erse ancora una volta a mattatore dei suoi. Lo storico treble venne messo in bacheca alcuni mesi più tardi, alla fine di settembre, al termine di una doppia sfida con l’Independiente che valse la coppa Intercontinentale.

14

L’affermazione del calcio totale passò quindi attraverso Cruijff e il suo numero 14. Una scelta di maglia insolita, soprattutto in un’epoca in cui i leader tecnici delle squadre erano soliti indossare il fatidico 10. Narra la leggenda che tutto ebbe inizio da una svista del suo compagno all’Ajax Gerrie Mühren, che nel 1970 dimenticò di portare con sé la divisa prima di una gara. Johan decise di cedergli la sua numero 9 e di indossare in sostituzione quella con il 14 cucito sulle spalle. La decisione divenne poi definitiva, avvallata anche da un’altra motivazione, suggerita dal film documentario realizzato dal giornalista italiano Sandro Ciotti intitolato “Il profeta del gol”. Nella pellicola, prodotta nel 1976, viene spiegato che Johan vinse il suo primo torneo giovanile proprio a 14 anni. Da quel momento decise che il 14 sarebbe stato il “suo” numero, quello che lo avrebbe contraddistinto da tutti gli altri.

Non è dato sapere se dietro tale scelta si celasse uno spirito anticonformista, al termine di quegli anni ’60 che sarebbero stati ricordati come il decennio delle rivoluzioni culturali e delle mobilitazioni studentesche. Un’epoca in piena ebollizione, Jimi Hendrix che bruciava la chitarra a Monterey e Martin Luther King che comunicava al mondo di avere un sogno chiamato uguaglianza. Era un periodo in cui le etichette e i pregiudizi cominciavano ad andare stretti, specie a chi, come Cruijff, poteva permettersi di albergare al di fuori dell’ordinario. Quel 14 lo accompagnò sempre, lo rese ancor più riconoscibile, divenne un’icona, simbolo tra gli altri di una squadra moderna e a suo modo rivoluzionaria.

Barcellona

Indossò il suo numero prediletto anche nel Barcellona, quando nel 1973 decise di misurarsi con il calcio spagnolo. Un percorso analogo a quello che avrebbe poi vissuto da allenatore a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Spesso i giocatori di talento incontrano difficoltà nel calarsi nei panni dei tecnici, forse per via di una visione del calcio estremamente personale, profonda, non sempre facile da trasmettere ai propri calciatori. Cruijff riuscì a sfatare persino questo tabù, dominando il calcio europeo anche nel ruolo di allenatore. Nella sua lunga parentesi alla guida dei catalani, tra gli altri trofei sollevò la quarta coppa dei Campioni della sua vita, conquistata nel 1992 in finale contro la Sampdoria di Vialli e Mancini.

Per misurare l’impatto di Johan Cruijff sul mondo del pallone non sarebbe onesto limitarsi a elencarne i successi. La grandezza del profeta del gol va ricercata nella sua capacità di interpretare il gioco fino a elevarlo a un livello più alto, trasformarlo in qualcosa che fino a quel momento non si era mai visto. Johan Cruijff fu il capostipite di un rinascimento calcistico, un fenomeno fuori dal tempo e fuori dagli schemi, l’artefice di una rivoluzione in punta di piedi che non potrà mai essere dimenticata.

di Mauro Manca


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