Jordan Henderson, sulle orme di Steven Gerrard


Farsi carico dell’eredità di un campione non dev’essere un compito tanto semplice. Riuscirci egregiamente, per di più, è un’impresa adatta a pochi eletti. Quando la fascia di capitano del Liverpool è passata dal braccio di Steven Gerrard a quello di Jordan Henderson in pochi avrebbero immaginato che il nuovo leader non avrebbe fatto rimpiangere uno dei centrocampisti più forti del nuovo millennio, nonché idolo di Anfield. E invece l’ex Sunderland, pur senza ripetere le gesta del suo predecessore, nel giro di poco tempo si è fatto amare come i più grandi condottieri che hanno vestito la mitica maglia dei Reds.

Giocatore di sostanza e qualità, poco appariscente ma dal grande carisma, Henderson è diventato una pedina imprescindibile per ogni allenatore che ha avuto, da Rodgers a Klopp, fino al ct della Nazionale inglese Southgate. Un capitano vero, la guida spirituale in campo e in spogliatoio che ha fatto sentire spesso la sua voce anche fuori dal rettangolo verde. Se non avesse fatto il calciatore, probabilmente, sarebbe diventato un politico o un sindacalista. E forse, in entrambi i casi, anche di grande successo.

Da Black Cat a Red

Jordan Henderson cresce nelle giovanili del Sunderland quando il club è stabilmente in Premier League, seppur arrabattandosi ogni anno per conquistare rocambolesche salvezze. Dopo mezza stagione in prestito al Coventry City, in Championship, a 19 anni diventa titolare fisso dei Black Cats, mostrando subito grande personalità e guadagnandosi la prima convocazione nella Nazionale maggiore, oltre che le attenzioni delle squadre più prestigiose d’Inghilterra.

Alla fine a spuntarla è il Liverpool, che versa ben 16 milioni di sterline nelle casse del Sunderland per assicurarsi uno dei migliori prospetti del Paese. L’inizio in maglia Reds non è scintillante. Henderson arriva ad Anfield Road da esterno destro di centrocampo, ma appare subito chiaro come quella non sia la dimensione che più gli si addica. Il suo impegno non manca, ma le prestazioni stentano a decollare, sembra un pesce fuor d’acqua.

La situazione generale certo non aiuta, anzi, semmai accentua le difficoltà. Con Kenny Dalglish in panchina, la squadra chiude all’ottavo posto in Premier League ed è per il terzo anno consecutivo fuori dalla Champions League. È proprio la fine di un ciclo, ma se c’è una cosa che Henderson impara da questa stagione sfortunata è lo spirito dei Reds, che gli viene trasmesso dai compagni Gerrard e Carragher e dall’allenatore, Dalglish, leggenda del grande Liverpool degli anni ’70 e ’80.

Leader e capitano

L’intuizione ce l’ha Brendan Rodgers, che capisce i punti forti e deboli di Henderson. Un’ala non può essere lenta, segnare pochi goal e servire ancora meno assist. Quello che il giovane inglese sa fare, invece, è correre tanto e bene, gestire la palla senza paura e far sentire sempre la propria presenza. Il nuovo tecnico trova allora il ruolo perfetto per le caratteristiche di Henderson, spostandolo dall’esterno al centro, di fianco a Steven Gerrard, una garanzia che lo sgraverà da molte responsabilità.

La stagione 2013-2014 è quella della consacrazione per lui e per molti compagni. Il Liverpool dopo tanti anni accarezza il sogno Premier League, ma gli sfugge nelle ultime giornate, con lo scivolone di capitan Gerrard nella partita con il Chelsea che diventa l’emblema di quella delusione. L’anno successivo è ancora di transizione, ma nell’estate del 2015 Henderson diventa il capitano dei Reds, portandosi sulle spalle il peso di sostituire un’icona come Steven Gerrard.

Negli anni a Liverpool arrivano grandi campioni, soprattutto a centrocampo, quasi tutti più talentuosi di Henderson, che però rimane indispensabile e viene impiegato in qualsiasi ruolo: davanti alla difesa, da mezzala, perfino da difensore centrale nell’ultima stagione. Con lui i Reds girano meglio, ma la sua importanza si nota di più quando è assente, perché senza di lui la squadra sbanda in maniera evidente.

L’uomo del popolo

L’incredibile magnetismo che Henderson emana non si riduce solamente al campo, ma ha a che fare anche con la vicinanza che, attraverso i suoi comportamenti, sembra trasmettere a ognuno di noi. Il capitano del Liverpool è un esempio per i suoi compagni e una guida per la gente comune perché non si è dimenticato dell’umiltà una volta raggiunto il successo. Durante la pandemia, che ha costretto anche il calcio a fermarsi, si è fatto promotore prima del taglio degli stipendi di tutti i giocatori della Premier League (trattativa poi naufragata) e, successivamente, dell’istituzione di un fondo che ha raccolto ben quattro milioni di sterline da devolvere alla Sanità Nazionale per affrontare il Covid-19. Un’iniziativa che gli ha permesso di essere nominato, dalla Regina Elisabetta, Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Passando a fatti ancor più recenti, Jordan Henderson è stato tra i primi calciatori a esporsi pubblicamente contro il progetto Superlega. La sua posizione irremovibile è stata oggetto anche di critiche, ma ha raccolto molti consensi da colleghi e tifosi, che hanno riconosciuto in lui un paladino del “calcio del popolo”, espressione tanto in voga in quei giorni e presto sfuggita di mano.

L’episodio maggiormente emblematico della carriera di Henderson, però, è un altro. L’istantanea più emozionante della vittoria in Champions League del 2019 è senza dubbio quella che cattura l’abbraccio caloroso tra lui e suo padre, Brian. Il successo venne dedicato a lui, che l’anno prima, nella finale persa contro il Real Madrid, non aveva potuto essere a Kiev perché stava lottando contro un nemico temibile: il cancro alla gola. Un gesto che ha commosso il mondo calcistico e che, ancora una volta, l’ha fatto sentire più vicino a noi.

Andrea Bonafede


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