Julio Cesar, la trasparenza emotiva nel calcio


“Vorrei ringraziare tutti, sono un ragazzo che colleziona momenti e questo è davvero un momento molto speciale per me. A volte non so nemmeno se mi merito tutto questo”. La data di queste parole è il 21 aprile 2018. Una casella del calendario che segna la fine di una carriera simboleggiante il romanticismo calcistico. Spregiudicatezza incapace di essere contenuta, esondazioni emotive, uscite esclusivamente ludiche, talento, fede, grinta, imprese e così via… Bè, nella carriera di Julio Cesar Soares Espindola, meglio noto come Julio Cesar, meglio noto come “l’acchiappasogni” c’è ogni singolo elemento in grado di trasformare il nostro sport in emozioni tangibili. Ci teniamo quindi a togliere ogni dubbio al portiere brasiliano sul fatto che l’affetto dei suoi tifosi se lo sia meritatamente guadagnato. Andiamo a vedere il perché.

L’esperienza al Flamengo

Nato a Duque de Caxias, comune dello Stato di Rio de Janeiro, il brasiliano classe 1979 esordisce nel calcio professionistico con il Flamengo all’età di diciott’anni. Diviene titolare inamovibile nel 2000 e vive un’esperienza calcistica di altissima intensità. Un’intensità fisica ed emotiva, che ha reso trasparenti i lati più istintivi di quello che, all’epoca, era solo un ragazzo appena maggiorenne. L’esempio più lampante si colloca nel 2003. Derby di Rio de Janeiro, Flamengo- Fluminense, siamo al Maracanà. Qualsiasi individuo dalle capacità cognitive basilari avrebbe problemi intestinali prima di presentarsi su un palco tanto ardente quanto affascinante. Bè, Julio Cesar, sul 4 a 0 a sfavore, senza alcun apparente motivo, decide di far questo…

“Ero un bambino in quel momento. Era una situazione in cui mi sentivo impotente nel derby, quella era la verità. Volevo dribblare tutti.” Così commenterà l’accaduto anni dopo. Alcuni eruditi direbbero che gli è scattata l’ignoranza, noi preferiamo dire che il suo cuore ha prevalso sugli impulsi mentali, che infondo è la stessa cosa. Fatto sta che il portiere brasiliano al Flamengo vincerà ben quattro campionati carioca e, nel 2004, convocato in nazionale, vincerà la Copa Americà da protagonista. Risultati che, ovviamente, attirano le attenzioni delle grandi europee. Cesar è ormai pronto a conquistare il calcio che conta, con il cuore e l’umiltà che lo contraddistinguono. Nel 2005 infatti è pronto a trasferirsi a Milano ma, per via delle difficoltà economiche del Flamengo, decise di rifiutare gli ultimi mesi di pagamento che gli spettavano. “Il Flamengo mi ha dato molto più di quello che io ho dato a club” Eppure il futuro interista ha lasciato tanto, persino un condizionatore, comprato dal portiere per far contento l’idolo Zico, che soffriva troppo il caldo della stanza di fisioterapia.

Il sogno di Milano

Nel gennaio del 2005 arriva in Italia, e dopo qualche mese al Chievo per burocrazie sul numero di extracomunitari in squadra, si trasferisce all’Inter. Dimostra subito di essere portatore d’energia positiva, vincendo la Supercoppa Italiana pur rimanendo in panchina. Arriva nella penisola con la convinzione che l’ambiente sia tranquillo e sereno. Nello stesso anno, infatti, scoppia il caso Calciopoli, che vede assegnare il primo campionato interista all’ex Flamengo. Inutile ricordarlo stagione per stagione, è noto a tutti cosa simboleggia Julio Cesar per i neroazzurri. Un amore che va oltre i titoli vinti, e si parla di andare oltre quattro campionati, due Coppe Italia, un Mondiale per club e il triplete del 2010. Tra i motivi per cui è tanto amato, il primo è sicuramente l’empatia che il brasiliano ha mostrato verso i propri tifosi. Sì, perché oltre ad essere capace di frantumare i sogni degli avversari con le sue manone, l’acchiappasogni è anche estremamente sensibile. Il brasiliano infatti esplode in lacrime con la stessa frequenza di un concorrente del grande fratello.

 E’ fragile emotivamente ed ascolta Eros Ramazzotti, ma è anche capace di tenere i nervi saldi quando serve, come quella volta nel 2012 in cui esibì la famosa linguaccia a Zlatan Ibrahimovic. Il brasiliano aveva giocato con Ibra per due anni e, avendo studiato il suo modo di tirare, si rivolse allo svedese dicendo: “Guarda pezzo di m…., non tirare forte in mezzo perché senno te lo paro”. Da piangere ascoltando Ramazzotti a dare dell’escremento a Zlatan è un attimo.

Il tono era scherzoso, come ci si insulta solitamente al calcetto tra amici, ma parliamo sempre di un derby di Milano. Il colpo dal dischetto andò a favore dei rossoneri, in quel caso. In quel caso perché un altro momento della carriera di Julio meritevole di essere annoverato è sempre un rigore, sempre in un derby. E’ il magico 2010 e a battere dal dischetto a favore del Milan è un certo Ronaldinho. Il resto è storia.

“E’ stato uno dei momenti più belli della mia carriera, parare un rigore a quello che era il giocatore più forte del mondo”. In quel momento sulla panchina dell’Inter sedeva un altro personaggio dal carisma interessante, José Mourinho. Quest’ultimo ha sempre motivato i giocatori a modo suo, e con Julio, come racconta lo stesso portiere, il rapporto prese una strana piega nel 2010. “Un giorno, mentre mi stavo riscaldando prima dell’allenamento, Mourinho si avvicinò e mi disse, con una voce fredda come il ghiaccio: Senti, tu sei passato da essere il migliore portiere del mondo a un portiere di Serie C”. Il tecnico portoghese cercava una reazione, un modo per stimolarlo, probabilmente sbagliando approccio per via del lato estremamente sensibile del calciatore, che comunque rispose a dovere. Se dobbiamo parlare delle sue giocate invece, c’è bisogno di una buona capacità di sintesi, perché sono davvero tante. In primis è da specificare cosa vogliamo commentare, se le sue parate incredibili, o le sue giocate con la palla al piede. Perché ok parliamo di un portiere, ma è pur sempre un portiere brasiliano. Guardate di cosa è capace il buon Julio.

Per le parate invece, quella che meglio rappresenta l’acchiappasogni è, ovviamente, il salvataggio su Lionel Messi in semifinale di Champions.

Più la si guarda e più non si capisce come ci sia arrivato. Il pallone era praticamente già dentro.  Un momento decisivo per la coppa tanto quanto i goal di Milito nella finale. Non a caso la UEFA lo premierà come miglior portiere della Champions di quell’edizione. Ma le grandi parate con l’Inter sono tante, molte al limite della follia, moltissime capaci di emozionare quanto un goal. Il minimo comune denominatore dei suoi sette anni a Milano è stata proprio l’emotività. Ha emozionato con il suo talento e si è emozionato con il calore dei tifosi. Il rapporto con l’Inter è stato un dare e avere. E’ questo quello a cui penso per calcio romantico.

La visione può causare pelle d’oca.

Verso il ritiro

Dopo l’Inter le sue esperienze sono state tutte stagioni poco rilevanti. Periodi di attesa per quello che sarà il suo ritiro nel 2018. Dopo aver militato nella Premier League al Queens Park Rangers, ha visitato il Canada con un’esperienza a Toronto, per poi tornare in Europa al Benfica. E per concludere, da romantico qual è, non poteva non dare l’ultimo saluto al calcio là dove tutto è cominciato, inginocchiandosi di fronte al suo primo pubblico, quello del Flamengo.

Abascià Domenico


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