La trilogia del bidone: anni ’10


Decennio che vai, bidone che trovi. L’ultimo capitolo della nostra trilogia vede come protagonisti i super flop che hanno militato nella nostra Serie A tra il 2010 e il 2019. Una formazione da calcio Champagne andato a male, un 11 titolare dell’obbrobrio degno di un “un film di orrore” per citare una frase celebre di Joe Bastianich. Soprattutto nel reparto avanzato sarebbero stati davvero parecchi i “bomber” degni di un posto tra i titolari, ma abbiamo optato sui 3 che forse hanno maggiormente deluso le aspettative riposte sul loro (presunto) talento. Gli altri papabili li abbiamo comunque inseriti nelle menzioni onorevoli, come sempre siete invitati a segnalarci eventuali maestri del brutto gioco che abbiamo dimenticato di menzionare.

Portiere

Mauro Goicoechea: ci sono tifosi della Roma ancora in analisi sia per colpa sua che di Stekelenburg, altro pacco postale tra i pali dell’amara stagione 2012/13 targata Zeman. Quando il portiere olandese si infortunò, toccò all’uruguaiano “difendere” la porta giallorossa. Una missione che però portò avanti male, molto male, combinando un disastro dietro l’altro. Come non citare il gol subito da Candreva in un derby contro la Lazio: una punizione centrale, parabilissima, respinta goffamente di pugno con la palla finita comunque dentro la porta. Così come sono rimaste memorabili le mille uscite a vuoto e i gol presi sul suo palo, che ne evidenziavano la rapidità nel distendersi in tuffo degna di un bradipo sovrappeso.

Il culmine della sua infelice parabola la toccò nel corso della sconfitta interna contro il Cagliari, quella che per inciso costò a Zeman la panchina: sul risultato di 1-1 Avelar arrivò sul fondo e crossò di sinistro, un traversone innocuo che sarebbe stato facilmente controllabile anche per un portiere visibilmente alticcio al torneo dei peggiori bar di Caracas. Goicoechea infatti raccolse il pallone in presa sicura e fece subito ripartire l’azione dei suoi…anzi no.

La sfera gli sfuggì tra le mani ed entrò in porta non si sa bene secondo quale logica, il tutto tra lo sgomento generale del pubblico dell’Olimpico. Un incredulo Carlo Zampa in telecronaca eclamò: “Anvedi che autogol Goicoechea!”, nessuno poteva credere ai propri occhi. Una papera senza precedenti, la ciliegina sulla torta di fertilizzante che gli valse un biglietto di sola andata il più lontano possibile da Trigoria. 

Difesa

Alvaro Pereira: altro uruguaiano, un colpo “memorabile” di Marco Branca. Alvaro Daniel Pereira Barragàn lascia il Porto per sposare la causa dell’Inter nell’estate del 2012. Il club nerazzurro spende dieci milioni di euro per il suo cartellino, soldi in apparenza ben spesi per colui che si presenta come un possibile crack sulla corsia mancina. In barba alle alte aspettative la sua esperienza milanese si rivelò pressoché imbarazzante. Quando andava bene i suoi cross finivano sui seggiolini della tribuna rossa, sembrava quasi che a sua insaputa gli avessero montato i piedi al contrario. Segnò giusto un gol casualissimo contro il Chievo, una deviazione sotto porta che avrebbe messo dentro anche se fosse svenuto poco prima di calciare. Per il resto si rivelò una versione più scarsa e meno precisa di Yuto Nagatomo, il che è tutto dire. 

Ignacio Fideleff: bidonissimo argentino che riuscì a strappare al Napoli ben cinque anni di contratto da 1,7 milioni di euro a stagione. Nel capoluogo campano militò solo una stagione, con un misero bottino di appena 4 impercettibili presenze. A partire dalla stagione seguente i partenopei tentarono di rifilarlo in prestito a chiunque, probabilmente anche a società di altri sport, qualsiasi alternativa sarebbe stata ben accetta pur di levarselo di torno.

Finì prima al Parma, dove scese in campo in una sola occasione, poi al Maccabi Tel Aviv, poi all’Atletico Tigre e infine all’Ergotellis, squadra dell’Isola di Creta. Al termine di un’infruttuoso giro dell’oca fece ritorno al Napoli, che lo mise immediatamente fuori rosa in attesa di sbolognarlo definitivamente a qualche ignara e ingenua società. Incredibilmente, per il suo cartellino si fece avanti una squadra paraguaiana, il Nacional. Il presidente azzurro De Laurentiis stentò quasi a crederci, si stava finalmente liberando di Fideleff una volta per tutte.

Dodò: appena atterrato a Roma dichiarò: “Mi manda Roberto Carlos”. Si era però dimenticato di specificare dove. Tra grandi entusiasmi firmò un contratto quinquennale coi giallorossi nel 2012. Con lui a sinistra e Ivan Piris sulla destra la Roma aveva blindato le corsie laterali, ovviamente a vantaggio degli avversari. Dopo un inizio quasi accettabile, Dodò palesò una condizione fisica e atletica insufficiente, ai test di Cooper all’ora di educazione fisica si sarebbe rivelato l’ultimo della classe.

Sostituito spesso e volentieri, nel 2014 passò in prestito all’Inter, dove si segnalò come uno dei terzini più lenti mai transitati per Appiano Gentile. Nel 2016 fu la Sampdoria ad accoglierlo in squadra, e ancora adesso a Genova si chiedono il perché. Una volta resosi conto dell’errore madornale, i blucerchiati lo mandarono in prestito in Brasile per due anni, ma nel 2020 se lo ritrovarono di nuovo sul groppone. La leggenda narra che lo abbiano riciclato come massaggiatore o come magazziniere, qualsiasi cosa pur di non fargli allacciare di nuovo gli scarpini. 

Centrocampo

Elia: oggetto misterioso atterrato sul pianeta Juventus nel 2011. Era la prima Juve di Conte, destinata a vincere il primo di una lunga serie di scudetti. Arrivò l’ultimo giorno di mercato per 9 milioni di euro, ma dopo avergli concesso qualche presenza in avvia di stagione, il tecnico lo accompagnò pian piano all’uscita del suo progetto tecnico. A furia di vederlo seduto in tribuna, gli Steward dello Juventus Stadium hanno cominciarono a chiedergli di esibire il biglietto. Flop clamoroso, dopo una sola stagione tornò mestamente in Budesliga. 

Maicosuel: O Mago, secondo alcuni un erede naturale di Roberto Baggio. Sorvolando sulla qualità delle sostanze stupefacenti di cui abusavano coloro che azzardavano simili paragoni, a noir di cronaca il brasiliano cominciò col botto la sua avventura con l’Udinese. Subito una rete all’esordio al Franchi di Firenze, sembrava l’inizio di un idillio, finalmente un maestro del centrocampo con il fiuto del gol.

In Friuli già brindavano a colpi di Rosazzo. Poi arrivò la doccia fredda, in un giorno di fine estate, più precisamente la sera del 28 agosto nello spareggio valido per l’accesso ai gironi di Champions contro lo Sporting Braga. La partita terminò ai rigori e Maicosuel si presentò sul dischetto con grande sicurezza nei propri mezzi. Prese la rincorsa e si esibì in un meraviglioso cucchiaio e… il portiere Beto ringraziò il gentile omaggio e bloccò il pallone. L’Udinese venne eliminata e i tifosi bianconeri si armarono di forconi alla ricerca di O mago, che mai come in quel caso avrebbe avuto bisogno di una magia che lo facesse sparire. 

Geoffrey Kondogbia: 

“Che ce frega de Pogba, noi c’abbiamo Kondogbia”

Cantavano così i tifosi interisti all’arrivo trionfale del francese, costato circa 40 milioni di euro compresi di bonus. Sarebbe dovuto essere l’uomo in più a centrocampo e in un certo senso mantenne la promessa, nel senso che si rivelò l’uomo in più per gli avversari. Due stagioni, 50 presenze complessive e due soli gol, entrambi realizzati contro il Torino. Per il resto la sua avventura interista si tradusse in una sfilza di passaggi sbagliati, verticalizzazioni nella terra di nessuno e palloni persi in mezzo al campo.

Un giorno ebbe la brillante idea di non presentarsi agli allenamenti, secondo alcuni supporters della Beneamata la sua miglior prestazione in nerazzurro. Ebbe modo di rifarsi tra le file del Valencia, dove si rivelò un elemento importante per la mediana del club spagnolo, ma ciò nonostante trovare qualche interista che lo rimpianga è impresa pressoché impossibile. 

Mario Bolatti: a Firenze è diventato più impopolare di una fiorentina ben cotta. A fine 2009 un suo gol con la nazionale argentina si rivelò decisivo per la qualificazione della Selecciòn ai mondiali sudafricani. A gennaio 2010 la Viola lo prelevò dal Porto con l’intento consegnargli le chiavi del centrocampo. Probabilmente però gli diedero il mazzo sbagliato, dal momento che il povero Mario detto El Gringo si rivelò un bidone coi controfiocchi.

L’unico momento in cui fece parlare di sé fu quando in allenamento procurò un grave infortunio a Stevan Jovetic, che per colpa di un suo intervento ci rimise il crociato. A febbraio 2011 salutò La Fiorentina per firmare con l’Internacional di Porto Alegre, con grande sollievo dei tifosi viola.

Attacco

Edu Vargas: il Napoli lo pagò circa 14 milioni di euro. Con la maglia dell’Universidad de Chile andava in rete con regolarità, era giovane, talentuoso, insomma l’uomo giusto per far volare gli azzurri di Mazzarri. E invece non realizzò manco mezzo gol, in 19 presenze in Serie A non vide la porta manco per sbaglio, sembrava il cugino scarso di quello che in Cile segnava e faceva segnare.

Incredibilmente però, a settembre 2012 realizzò addirittura una tripletta in Europa League contro l’AIK Stoccolma. Sembrava l’inizio della riscossa dicevano, aveva giusto bisogno di ambientarsi dicevano. E invece no, il resto della sua avventura napoletana si confermò un flop senza precedenti. Nel 2013 finì in prestito al Gremio, per fortuna dei supporters partenopei non si ripresentò mai più dalle parti di Castel Volturno.

Seydou Doumbia: a Fifa 14 era fortissimo. Aveva 91 di velocità, 85 di dribbling e 82 di finalizzazione. Dovevano aver giocato parecchio al titolo della EA Sports anche i dirigenti della Roma, che evidentemente convinti dalle sue prestazioni virtuali lo acquistarono nel mondo reale, portandolo nella capitale per circa 16 milioni di euro bonus inclusi. L’attaccante ivoriano in cinque stagioni in Russia con la maglia del CSKA si era distinto per aver segnato gol a valanga. Si sentiva giustamente ormai pronto per il salto di qualità, deciso a misurarsi in uno dei massimi campionati europei.

La sua esperienza in giallorosso fu però un completo disastro. Solo due gol a fronte di tanti, tantissimi altri sbagliati e un’alchimia con ambiente e tifosi mai scattata. Per la Roma, avergli fatto firmare un accordo di quattro anni si rivelò una condanna, anche se riuscì sempre a trovare club disposti ad averlo in prestito. Il primo tra questi fu proprio il CSKA, con il quale ritrovò la vecchia verve realizzativa. Nonostante ciò nessuno nella capitale lo rimpianse nemmeno per un nanosecondo.

Gabigol: un bidone da 30 milioni di euro. Questo si è rivelato per l’Inter Gabriel Barbosa, soprannominato Gabigol in Brasile per la sua capacità innata nell’andare in rete. Una qualità che però nella Milano sponda nerazzurra non venne mai fuori, a eccezione dell’unico gol segnato contro il Bologna. Gabigol non beneficiò certo di un anno già di per sé difficile per l’Inter, alle prese con il flop Frank De Boer in panchina, ma considerato l’esborso economico per prelevarlo dal Santos ci si sarebbe aspettato un impiego un minimo più costante.

Nel 2017 passò al Benfica in prestito con diritto di riscatto, ma il club portoghese si guardò bene dall’esercitare l’opzione e anzi, a gennaio lo rispedì anzitempo a Milano. Tornò infine in Brasile, dove lo accolsero il Santos prima e il Flamengo poi. In patria è tornato a segnare con regolarità, addirittura ha già superato i 100 gol da professionista. La sua impalpabile parabola europea rimane ancora oggi un mistero.

Menzioni (dis)onorevoli

In quegli anni la proprietà americana della Roma si divertiva a collezionare bidoni in retroguardia. Oltre ai già citati Dodò e Ivan Piris, non è da sottovalutare anche l’apporto inesistente dello spagnolo Jose Angel, oltre che del belga Thomas Vermalen. Certo, anche in attacco la scommessa (persa) Juan Manuel Iturbe grida ancora oggi vendetta. Anche i cugini della Lazio non ebbero miglior fortuna col centrale Mauricio e il centrocampista di (poca) qualità Moritz Leitner. Ma i nomi caldi tra i bidoni degli anni ’10 in Serie A risiedono in attacco, dove è stato davvero difficile non inserire un flop da primato come Ishak Belfodil, sul quale l’Inter puntò invano nella stagione 2013/14. Non è chiaro invece cosa passò per la testa dei dirigenti del Genoa prima e del Siena poi per tesserare il sedicente Ze Eduardo, attaccante solo di nome e non di fatto che si permise addirittura di rifiutare un’offerta del Milan. Infine una menzione speciale per Nicklas Bendtner, che fece parlare di sé più per le qualità da seduttore che per quelle da bomber. Quanto alle doti calcistiche, nella stagione trascorsa in maglia Juventus nessuno le vide mai, nemmeno col binocolo.


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