La trilogia del bidone


Flop 11 anni ’90 in Serie A

bidoni

Ah, il calciomercato. Sogni e speranze di mezza estate, quotidiani sportivi e trasmissioni calcistiche che sviscerano ogni trattativa, ogni sogno più o meno proibito delle squadre di Serie A. Un campo in cui per tanto tempo siamo stati i padroni assoluti. Come dimenticare le spese folli della Lazio di Sergio Cragnotti, del Parma di Calisto Tanzi o della prima Inter di Moratti. E se in alcuni casi le ambizioni sono state stroncate dall’orda del crack finanziario, il sogno del presidente nerazzurro di rivivere i fasti di papà Angelo si è materializzato diversi anni e tanti miliardi spesi dopo, grazie al celebre triplete del 2010.

All’epoca delle vacche grasse è seguito il periodo di quelle magre: i colpi a parametro zero e i campioni ormai ultratrentenni che arrivavano in Italia per il sole, i paesaggi e il buon cibo, ma non certo per dimostrare ancora qualcosa su un campo di calcio. Due epoche differenti, i migliori giocatori del mondo che finivano a giocare nella Liga, in Bundesliga o in Premier League, mentre il nostro campionato non poteva far altro che accontentarsi delle briciole e perdersi dei ricordi delle glorie passate: il Napoli di Maradona, la Juve di Platini, il Milan degli olandesi e l’Inter dei tedeschi, ogni annata di Serie A sembrava una kermesse internazionale, un appuntamento di gala. Dopodiché il declino, inesorabile, del nostro calcio, che ha toccato i minimi storici per poi cominciare a risalire faticosamente la china.

Nel bel mezzo di due epoche distinte, demarcate da bilanci, regimi fiscali e leggi di mercato, una costante è sempre rimasta ben presente, puntuale in ogni sessione di mercato passata, presente e futura. Il bidone, il pacco, la fregatura. Il prospetto che arriva dal sud America, il suo procuratore che lo spaccia come il nuovo fenomeno del panorama calcistico mondiale, magari qualche statistica gonfiata e quel nome esotico che fa sempre un certo effetto. Non mancano anche quelli africani, europei, orientali o australiani. Tutto il mondo è paese quando si tratta di più o meno giovani promesse che poi rivelano degli insospettabili piedi di banana.

In Italia ne sono passati tanti, più o meno memorabili. Abbiamo raccolto una flop 11 di quelli che hanno calcato i campi della Serie A negli anni ’90, poi seguiranno anche quelli dei primi anni 2000 e quelli dell’ultimo decennio, dal 2010 a oggi. Ovviamente si tratta di una scelta meramente soggettiva, fateci sapere se conoscete altri nomi meritevoli di far parte di questo Dream Team del talento mancante, oppure qualcuno che in altre leghe ha fatto faville, ma che nel nostro campionato non ne ha azzeccata mezza. Insomma, saremo più che lieti di accogliere le vostre segnalazioni.

Portiere

Jens Lehmann: il bidone teutonico. È vero, con il Borussia Dortmund non è andato male. Ha vinto persino una Bundesliga, in una stagione in cui si è comunque fatto segnalare per aver battuto il record di espulsioni inflitte a un portiere. Ha poi conquistato un campionato inglese in maglia Arsenal, con cui ha raggiunto anche la finale di Champions nel 2006. In quella partita venne espulso dopo nemmeno venti minuti (aridaje!) ma che volete che sia. I tifosi del Milan però lo ricordano per quel breve periodo in rossonero durante la stagione 98/99: 5 presenze e 5 gol incassati in 5 mesi, un numero che non deve avergli portato bene, visto che nelle gerarchie di Zaccheroni il suo nome veniva dietro quello di Seba Rossi e del giovane Christian Abbiati, l’uomo che a sorpresa si sarebbe poi rivelato decisivo nella volata scudetto. A gennaio Lehmann salutò Milanello con direzione Dortmund, mentre il Milan conquistò il tricolore al termine di un duello thriller con la Lazio. Tutti contenti così, o quasi.

Difesa

Juan Pablo Sorín: il bidone che non sapeva di aver vinto la Champions. Si dice che arrivò in Italia su consiglio del grande Omar Sivori. Due esperienze in Serie A per il terzino argentino, ma fu la prima, nella stagione 1995/96 quella ricordata con assai poco entusiasmo dai tifosi juventini. Una “temporada” storica per i bianconeri, specie in grazie alla vittoria della seconda Champions League nella storia del club, ma non certo un’annata degna di memoria per Sorín. Sbarcò a Torino proprio quell’anno, considerato quasi un eletto dal Dio del pallone, un prospetto assoluto della selecciòn, insomma un colpo sicuro che avrebbe garantito qualità e sostanza alla corsia mancina della formazione allenata da Marcello Lippi. Così non fu, appena 4 spezzoni di partita, nessuno dei quali degni di nota e un mesto ritorno a Buenos Aires a fine stagione. Un Peccato.

Abel Xavier: il bidone platinato. Le sue acconciature sono rimaste leggenda, un po’ meno le sue prestazioni in campo. Arrivò al Bari (o la Bari per alcuni tifosi) nel 1995 al costo di mezzo miliardo di vecchie lire. Era reduce da due stagioni e un campionato vinto col Benfica, c’erano tutti i presupposti che potesse offrire un valore aggiunto anche alla squadra pugliese. Presupposti che rimasero tali, infatti nelle 8 partite con lui in campo la retroguardia del Bari prese gol da tutte le parti. L’allenatore Fascetti provò per disperazione a reinventarlo nel ruolo di libero, ma la situazione non fece altro che peggiorare. Salutò a fine anno, nessuno si strappò i capelli per il suo addio, così come lui non smise di tingerseli. Anche la Roma nel 2004 fu così masochista da tesserarlo, per poi passare la patata bollente al Middlesbrough, che poi lo spedì oltreoceano ai Los Angeles Galaxy dove, a voler essere gentili, trovò un campionato più congeniale alle sue doti.

Mark Fish: il bidone del Sudafrica. Un omone di 194 centimetri, tra i protagonisti della vittoria in Coppa D’Africa nel 1996. Di lui si disse subito un gran bene: difensore moderno, dinamico, coordinato a dispetto dell’altezza, in poche parole un affare sicuro per chiunque avesse il coraggio e la lungimiranza di investire su di lui. La Lazio di Cragnotti se ne innamorò e sborsò due miliardi e mezzo di lire pur di portarlo in Italia. Furono 15 le sue presenze in biancoceleste, quasi sempre partendo dalla panchina, con il gol segnato all’Hellas Verona a rappresentare l’unica gioia di un’esperienza piatta e sconclusionata. La Lazio lo rifilò al Bologna, con cui non fece nemmeno in tempo a terminare il ritiro estivo. Il tecnico Renzo Ulivieri infatti lo definì “lento e in costante difficoltà quando viene attaccato”. Tanto bastò alla dirigenza per dargli il ben servito, impacchettarlo e spedirlo senza rimpianti per altri nidi.

Centrocampo

Ivan Tomic: il bidone col viso d’angelo.Ho preferito la Roma al Manchester, al Barcellona e all’Olympique Marsiglia, che mi avevano richiesto, perché sognavo un’esperienza nel calcio italiano”. Queste le prime parole da romanista di Ivan Tomic, che fu la risposta giallorossa all’acquisto del giovane Dejan Stankovic da parte dei cugini della Lazio. La dirigenza dei capitolini fu così sicura della bontà dell’operazione che sborsò ben 18 miliardi di lire per strapparlo al Partizan, per poi offrirgli, probabilmente sotto l’effetto di sostanze allucinogene, un contratto di ben 5 anni. Ascese in poco tempo alla hit parade degli oggetti misteriosi, mai un spunto degno di nota, mai una giocata meritevole di un replay. Una volta, nel corso di una gara, un tifoso esasperato dalla monotonia del suo stile di gioco gli urlò che “era lento come un cespuglio”. Quelle parole riecheggiarono per le tribune dell’Olimpico con il sapore di un’amara verità. Dopo due stagioni la Roma provò a sbolognarlo all’Alavés, che glielo rimandò indietro dopo un anno (nel frattempo la Roma vinse perfino lo scudetto senza di lui). Tornò al Partizan per finire la carriera, l’unica squadra in cui sia mai riuscito a esprimere qualche sprazzo di buon calcio.

Beto: il bidon codino. Ebbene sì, l’allora allenatore del Napoli Bortolo Mutti accolse con entusiasmo Joubert Araùjo Martins, più semplicemente noto come Beto. Il tecnico non si lasciò scoraggiare nemmeno dall’ avvio ben poco incoraggiante del brasiliano, definendolo addirittura “il nostro Baggio”. Ecco, non proprio, sicuramente un Baggio con meno visione di gioco, meno tecnica, meno intelligenza tattica, meno qualità, meno tutto insomma. Un malus per ogni caratteristica del centrocampista sudamericano, che in quel di Napoli militò nella stagione 96/97 prima di essere rispedito in Sud America alla velocità della luce. Intorno alla trattativa tra Ferlaino e il Gremio circola una leggenda che parla di un Ronaldinho diciassettenne offerto come contropartita tecnica, un affare che l’ex patron del Napoli avrebbe rifiutato perché già sufficientemente scottato dai pacchi provenienti dalla terra del samba. Non esistono evidenze a riprova di quella che è a tutti gli effetti una voce di corridoio, mentre sull’inadeguatezza di Beto al calcio europeo non esiste dubbio alcuno.

Paul Okon: il bidone d’Oceania. Amico d’infanzia di Christian Vieri, al termine delle sue cinque stagioni giocate nel Club Brugge sembrava pronto a spiccare il grande salto: miglior giocatore del campionato belga nel 1995, due campionati vinti e due coppe del Belgio, un bottino di tutto rispetto per il centrocampista australiano. La Lazio lo acquistò tra mille entusiasmi, l’allenatore Dino Zoff lo celebrò come un elemento dotato di grande visione di gioco, affermazione che magari sarebbe corrisposta anche al vero, se non fosse stato per i continui problemi fisici che ne condizionarono il rendimento. Tre stagioni anonime, pochissime presenze e pressoché nessuna traccia di lui in giro per il campo. Dopo una fugace e impalpabile parentesi a Firenze finì al Middlesbrough, dove per la verità non fece malissimo (almeno nella prima stagione, poi sparì dai radar pure lì).

Ciriaco Sforza: il bidone Garpez. Quando un giocatore diventa più famoso per una citazione cinematografica che per le sue doti in campo, qualche domanda bisogna pur porsela. Al suo arrivo Roy Hodgson (sì proprio quello che lasciò partire Roberto Carlos preferendogli Alessandro Pistone) lo descrisse come “un giocatore di classe, l’elemento che mancava al centrocampo dell’Inter”. Lo svizzero arrivò in nerazzurro con la pretesa di prendere la squadra per mano, ma dopo una sola stagione fu la squadra a prendere per mano lui e accompagnarlo all’uscita. Un bottino tutto sommato dignitoso di quattro gol di cui tre in Coppa Uefa, ma la maglia che Aldo presta come pigiama a Giacomino in “Tre uomini e una gamba” rimarrà probabilmente l’unica venduta col suo cognome dietro. Finisce in Germania al Kaiserslautern, con una parentesi addirittura tra le file del Bayern Monaco. Difficile che qualcuno in Baviera conservi il minimo ricordo del giocatore svizzero.

Attacco

Darko Pancev: il bidone parastatale. Ebbe l’onore di finire tra le clip dei fenomeni parastatali della Gialappa’s band, che infierì giustamente su un’esperienza interista in cui non ne azzeccò letteralmente una. “Macché Papin, il vero pallone d’oro sono io” ebbe l’ardire di dichiarare al suo arrivo a Milano. Certo, a onor del vero con la Stella Rossa aveva fatto faville: tre campionati, una Champions League (all’epoca ancora Coppa dei Campioni) e una Coppa Intercontinentale, il tutto esprimendosi da protagonista sul campo. Quindi dai, qualche motivo per fare un po’ “lo sborone” ce l’aveva pure. Peccato che a tanto clamore sia poi seguito un vero disastro fatto di facili gol divorati sotto porta, tante panchine e una pessima alchimia coi compagni. La dirigenza dell’Inter fu così avventata da fargli firmare un contratto di quattro anni, riuscendo solo in una stagione a cederlo in prestito al Lokomotiv Lipsia. Si narra che l’ex presidente nerazzurro Pellegrini festeggiò per una settimana di fila quando, nel 1995, riuscì a liberarsi di Pancev una volta e per sempre.

Bastos Tuta: il bidone nel pallone. Il suo nome somiglia ovviamente a “Batistuta”, ma è l’unico elemento in comune tra i due. Questa quasi omonimia fece gridare al colpaccio dalle parti di Venezia quando ne venne annunciato l’acquisto, poi però i tifosi si resero conto con amarezza che non si trattava del bomber argentino della Fiorentina. Molti ricordano Bastos Tuta anche per la sua somiglianza con Aristoteles, il brasiliano della Longobarda allenato da Oronzo Canà nel film “L’allenatore nel pallone”. Con la squadra veneta giocò male e segnò poco, ma per ironia della sorte uno dei suoi gol finì al centro di una piccola bufera: durante una partita cruciale in chiave salvezza contro il Bari, sul risultato di 1-1 che faceva comodo a entrambe le squadre, Tuta segnò la rete della vittoria proprio al novantesimo minuto. La prodezza non venne però accolta con eccessivo entusiasmo dai compagni di squadra, mentre gli avversari la presero piuttosto male, anzi malissimo. Nel tunnel che conduceva agli spogliatoi si sfiorò persino la rissa e la questione si trascinò dietro un brutto codazzo di polemiche. Ritornò in Brasile dopo una sola stagione, in patria vestì tantissime maglie diverse, registrò anche un exploit in termini realizzativi con la maglia della Fluminense.

Fabio Junior: il bidone fenomeno. Nominarlo in giro per Roma equivale a bestemmiare dentro San Pietro. Arrivò nella capitale nel 1999, accolto come il nuovo Ronaldo. In tanti ne erano convinti, lui stesso ne era convinto, tanto che appena atterrato in Italia dichiarò: “Credo di essere il miglior attaccante brasiliano in attività. Ronaldo? Non so gli altri di cosa siano convinti, ma io sono consapevole di essere il più forte di tutti”. Convinto lui, convinti tutti insomma. Addirittura il Corriere dello Sport celebrò il suo arrivo distribuendo una videocassetta contenente alcune tra le sue giocate più belle. Davvero complimenti per la pazienza nel ricercare minuziosamente anche solo un’azione degna di finire in vhs. Costato 15 milioni di dollari, la sua esperienza in giallorosso fu tragicomica: un controllo di palla al limite dell’imbarazzante, unito alla totale incapacità di giocare spalle alla porta e dialogare coi compagni. Gol quasi nessuno, delle giocate che potessero anche solo vagamente ricordare il fenomeno dell’Inter nemmeno l’ombra. In una partita stravinta dalla Roma contro la Reggina segnò la rete del 3-0, un sigillo quasi inutile che festeggiò in estasi, rivolgendo al pubblico assai poco adorante un mezzo gesto dell’ombrello. Nel 2000 il presidente Franco Sensi gli mise in mano un biglietto di sola andata per Belo Horizonte e tanti saluti. I tifosi valutarono se riunirsi o meno al Circo Massimo per festeggiare il suo addio.

Allenatore

Carlos Bianchi: rischiò quasi di far scappare dalla Roma un Francesco Totti in piena ascesa. Già solo questo basterebbe per etichettarlo come uno dei peggiori allenatori mai passati per la capitale, che pure di maghi al contrario in panchina ha avuto il piacere di vederne più di uno. Un’annata 96/97 tremenda, l’esonero ad aprile dopo una sconfitta col Cagliari per 2-0, ennesimo risultato deludente ottenuto dall’argentino, tornato poi in patria per guidare il Boca Juniors in una realtà a lui più familiare.

MENZIONI (DIS)ONOREVOLI: come dimenticare Damir Stojak, detto “il boia biondo”, che nel Napoli si rivelò più che altro “il bidone biondo”. Oppure Federico Magallanes, la punta che dopo due anni tristi e deludenti nell’Atalanta si ritrovò, non si sa bene come, a firmare un contratto col Real Madrid, dove comunque collezionò la bellezza di zero presenze. Anche il nigeriano Oliseh, presunto centrocampista di qualità e quantità che la Juve strappò alla concorrenza della Roma nel 1999, meriterebbe un posto tra gli 11 titolari, così come Hazem Emam, lo Zico delle piramidi che ancora oggi alberga gli incubi di diversi tifosi dell’Udinese. Dennis Bergkamp meriterebbe un discorso a parte, perché per quanto fece male con l’Inter poi divenne, come tutti sappiamo, una leggenda con la maglia dell’Arsenal. Sarebbero in tanti i bidoni meritevoli passati per il nostro campionato ma, così come gli allenatori costretti qualche volta a schierarli, anche noi abbiamo dovuto operare delle scelte, dolorose sì, ma sempre in onore del (non) bel gioco.

Mauro Manca


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