L’età non è altro che un numero


Ibra, Ronaldo e gli altri over, immuni al passaggio del tempo


Verso la fine del celebre film Space Jam c’è una frase pronunciata da Bill Murray, precisamente quando sua Maestà Michael Jordan gli dice che, con delle potenzialità come le sue, potrebbe perfino giocare nella Nba. La risposta dell’attore è tranquillamente applicabile a qualsiasi disciplina sportiva: “Voglio lasciare di me un’immagine vincente, non quella dell’atleta in declino”. Uno dei tanti significati che attribuiamo alla vita agonistica è contenuto anche in quelle parole. Sì perché non sempre è facile capire quando lasciare, arrendersi di fronte all’evidenza di uno scatto che non è più quello di un tempo, a un fisico logoro dagli acciacchi e dalle tante botte prese. Insomma, prendere atto di aver cominciato un’inesorabile parabola discendente e avere la forza di dire basta è tutt’altro che una questione elementare, specie nel momento in cui alle componenti fisiche si contrappongono quelle mentali. Due su tutte: maturità agonistica e intelligenza tattica, qualità che come i frutti più buoni maturano col tempo, si sviluppano e si rafforzano in simbiosi con l’esperienza accumulata sul campo. È un rapporto di inversa proporzionalità, che contribuisce a rendere la scelta di abbandonare le scene tremendamente più difficile.

Ibra e CR7, fenomeni senza età

Il tema del tempo che scorre è applicabile ai giocatori normali, quelli dotati di un fisico e un atletismo che rientrano nell’ordinario. Poi esistono esempi di esseri umani, che terrestri lo solo all’anagrafe, capaci di fare la differenza anche una volta superata abbondantemente la soglia dei trenta. In questo senso il mondo del pallone, e nello specifico la nostra Serie A, ci stanno offrendo due massimi esponenti di questo fenomeno, atleti prima che giocatori ed espressioni viventi del calcio moderno. Cristiano Ronaldo e Zlatan Ibrahimovic, 36 anni a febbraio uno, prossimo a spegnere le fatidiche 40 candeline l’altro. Due età nelle quali, in genere, in tanti hanno già fatto calare il sipario sulla propria carriera e, se non l’hanno ancora fatto, vengono relegati a ruoli da comprimari in cui devono accontentarsi di qualche scampolo di partita. Loro due no, loro due a dominare ci sono troppo abituati e non hanno certo smesso di farlo solo perché la carta d’identità così suggerirebbe. Partita dopo partita continuano a offrire un valore aggiunto alle rispettive squadre, magari dosando con più cura le energie, ma senza rinunciare all’innata capacità di risultate decisivi quando conta.

Ibrahimovic si è ripreso il rossonero del Milan otto anni dopo l’addio, arrivando da un campionato dal quale normalmente non si fa ritorno. La Major League Soccer è una tappa conclusiva per tanti, la lega in cui in genere un grande ex giocatore si accasa per guadagnare gli ultimi bei soldi prima di dire basta col calcio giocato. È stato così per Stoičkov, Valderrama, Henry, perfino per il grande Pelé, ma non per Ibra. Una stagione e mezza nei Los Angeles Galaxy, 52 gol in 56 presenze, tutto troppo facile per lui. Poi il richiamo del calcio europeo, una sirena a cui non ha saputo resistere, il Diavolo un vecchio amore che ha voluto riabbracciare. È tornato, ha preso per mano la squadra e ha contribuito a trascinarla fuori dalla mediocrità, firmando in questa stagione la sua miglior partenza di sempre in Serie A. Oggi lo svedese è la mamma chioccia di un Milan che ha ricominciato a pensare in grande e da grande. Coronavirus e problemi fisici hanno provato a fermalo, ma per arginare uno come lui, con la sua determinazione e la sua sana arroganza, occorre ben altro.

Cristiano Ronaldo non ha mai smesso di dominare. La semplice presenza in campo del nativo di Funchal basta a complicare la vita di qualunque avversario. Il suo approdo alla Juventus nell’estate del 2018 venne accolto quasi come un miracolo, un nuovo miracolo italiano. Un enorme colpo di spugna alla crisi del nostro calcio, una ventata fresca in una Serie A che dai fasti degli anni ’80 e ’90 era passata a osservare dal basso il predominio di Premier League e Liga. L’arrivo di CR7 ha avuto il potere di ridestare gli animi e conferire nuova autorevolezza al nostro campionato, ma nello specifico ha rappresentato e rappresenta la fortuna della Juventus. Una cura maniacale del corpo, l’ultimo ad abbandonare le sedute d’allenamento, un professionista come se ne son visti pochi non solo nel calcio, ma nella storia dello sport in generale. Il suo rendimento in campo si è sempre espresso sui binari della continuità, dei gol, delle giocate decisive e del carisma di chi ha vinto tutto, ma che scende in campo con la fame di chi non ha vinto niente. Questa prima parte di stagione 2020/21 sta confermando la sua immunità al tempo che passa. Magari non correrà come a inizio carriera, quando nel Manchester United di Alex Ferguson agiva a tutta fascia e copriva ampie zone di campo, ma una volta superati i 30 anni ha saputo gestire il suo fisico ancora più minuziosamente di prima: capisce quando è il caso di effettuare uno scatto e quando no, “sente” la partita e percepisce il momento in cui la squadra ha bisogno che lui produca il massimo sforzo. Il sacrificio al servizio del risultato, una costante presente anche in un anno in cui i suoi gol e quelli di Alvaro Morata stanno aiutando il nuovo tecnico Andrea Pirlo nella ricerca di una quadra tattica.

I fenomeni di casa nostra

Per reperire un highlander del nostro calcio basta fare un salto indietro di qualche stagione. L’annata 2018/19 di Fabio Quagliarella con la Sampdoria è da ricordare come una bella pagina di sport, for the ages come amano dire negli Stati Uniti: 26 reti in 37 presenze in campionato, alcune delle quali di rara bellezza, in particolare uno segnato di tacco contro il suo Napoli, una prodezza che gli è valsa la candidatura al FIFA Puskás Award, premio conferito all’autore del gol più bello dell’anno. Un’impresa portata avanti a cavallo tra 35 e i 36 anni di età, una seconda giovinezza che è valsa a “Quaglia” una nuova chiamata in nazionale e un posto sul podio della Scarpa d’Oro.

Gesta che riportano alla mente l’impresa di Antonio di Natale, che a partire dalla stagione 2009-10 è stato capace di concludere cinque annate di fila con almeno 20 gol realizzati tra campionato e coppe. “Totò” ha smesso di segnare e correre per il campo solo nel 2016, alla soglia delle 39 primavere. Un piccolo grande monumento italiano che ha violato la porta avversaria per ben 311 volte nel corso della sua vita sportiva, vissuta prevalentemente con la maglia dell’Udinese di cui è il capocannoniere all time.

Difficile poi non citare altri due eterni ragazzi del gol come Igor Protti e Dario Hübner, gli unici che sono riusciti a vincere il titolo di capocannoniere sia serie A, che in serie B, che in serie C1. Mentre il primo si è ritirato nel 2005 quasi trentasettenne congedandosi dal Livorno, il secondo ha continuato a calcare i campi delle serie minori fino ai 44 anni, per poi tentare con non troppe fortune la carriera in panchina. Hübner nel 2002 vinse la classifica marcatori della serie A con il Piacenza (a pari merito con David Trezeguet) diventando coi suoi 35 anni il calciatore più anziano a riuscire nell’impresa. L’exploit del triestino fu talmente clamoroso che si parlò perfino di una sua possibile chiamata ai mondiali di Giappone e Corea, ipotesi poi sfumata dopo le convocazioni dell’allora CT Giovanni Trapattoni.

Il record di Dario Hübner è durato 13 anni, fino a quando, nel 2015, non è stato battuto da Luca Toni: il centravanti emiliano firmò con l’Hellas Verona giunto ormai all’autunno della sua carriera, in pochi si sarebbero aspettati che alla veneranda età di 38 anni potesse laurearsi capocannoniere del campionato con 22 gol, il re dei bomber più longevo di sempre nel nostro massimo campionato.

Ripercorrendo con la mente gli ultimi vent’anni anni ci sarebbe da fare un discorso a parte su Roberto Baggio. Il nativo di Caldogno ha trascorso a Brescia gli ultimi quattro anni della sua storia calcistica, riuscendo ad andare in doppia cifra di reti realizzate in ogni singola stagione e ad arricchire le sue prestazioni con assist e le solite giocate illuminanti per i compagni. Tra i flash di quel periodo il suo gol siglato contro la Juventus il primo aprile del 2001: lancio lungo e preciso di un giovane Pirlo, Baggio che sente il pallone arrivare alle sue spalle, controlla e dribbla Van Der Sar in unico gesto tecnico, per poi depositare comodamente la sfera dentro la porta. Uno sprazzo di pura classe, il sunto dell’ultima versione del Divin Codino, impreziosito dal sodalizio con un altro grande personaggio del nostro calcio come il tecnico Carletto Mazzone.

Meriterebbero un capitolo a parte anche e soprattutto Del Piero, Totti, lo stesso Pirlo e altri monumenti viventi del nostro calcio. Fuoriclasse fuori dal tempo, ma che alla fine, come tutti, al tempo hanno dovuto arrendersi. Storie e percorsi differenti, ma nessuno di loro alla fine ha lasciato in eredità quell’immagine dell’atleta in declino, la prospettiva tanto temuta da Bill Murray nella sua versione cinematografica di cestita improvvisato.

Mauro Manca


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