Marcelo, dal Maracanà al Real Madrid nel segno del nonno


“Ogni volta che hai un pallone ai tuoi piedi, non puoi essere arrabbiato. Non hai nemmeno bisogno di persone con cui giocare. Tutto riguarda il pallone.”

La storia del protagonista di questa citazione ha una sceneggiatura alquanto conforme con quella che è l’immagine stereotipata del calciatore brasiliano nel mondo. Gli elementi principali sono quelli… Siamo a Rio De Janeiro, c’è il sole, una spiaggia con un campetto da calcio a cinque e un bambino che tutte le mattine scende per giocarci. Un infante privo di qualsiasi lusso se non del pallone e dei sogni che quel simbolo sferico instaura nella testa di tutti i suoi coetanei in città. Marcelo Vieira da Silva Junior, meglio noto come Marcelo e probabilmente conosciuto dalle vostre mamme come il sosia di Ficarra, è il bambino di cui stiamo parlando. Quel pargolo classe 1988 è oggi considerato uno dei migliori terzini della storia e per il suo compleanno è doveroso celebrare il significato che il suo essere campione ci ha saputo trasmettere.

Per farlo dobbiamo partire da questa evocativa citazione: “Cavolo, guardatemi! Non ho un singolo dollaro in tasca, ma sono felice come un figlio di p******!”. No, non è Marcelo a parlare in questo caso, ma suo nonno Pedro. La frase appena riportata ha un valore fondamentale per la comprensione di questa storia. Sì perché se la mentalità in casa da Silva fosse stata differente, probabilmente oggi il controllo palla di Marcelo se lo sarebbero gustati in pochi intimi lì in Brasile. “Devi venire a guardare Marcelo! Quello che ha fatto oggi? Oh mio Dio. Era magico. Incredibile!” Sembrano le parole di un qualsiasi nonno innamorato del proprio nipote. Sì bè, diciamo che in questo caso ci si è spinti leggermente oltre. La certezza di Pedro che il piccolo Marcelo avrebbe un giorno giocato al Maracana era al limite dell’inquietante. Tanto che per pagare gli spostamenti da un campo all’altro, in un paese in cui anche la benzina è lusso, decise di vendere la sua macchina e reinvestire i soldi in viaggi in autobus. Senza brontolare o altro, il vecchio era certo ne valesse la pena. Dire ora che ci aveva visto lungo è banale, ma provate ad immaginare il momento esatto in cui quell’uomo ha dato le chiavi della sua auto per il nipote, bambino di appena dieci anni che si divertiva in una squadra di futsal a cinque.

Un pazzo scatenato direte voi, si ma “felice come un figlio di p******!”. La mentalità era questa e Marcelo doveva preoccuparsi solo di giocare. Ha 13 anni quando la Fluminense lo sradica dai campetti di calcio a cinque per portarlo nelle sue giovanili. Nonno Pedro inizia a sognare, il piccolo talento invece vede solo nuovi ostacoli dinanzi a sé. “Il campo d’allenamento era a Xerém, quasi due ore lontano da casa, e sarebbe stato impossibile per noi pagare per la benzina per arrivare lì ogni giorno. Quindi decisi di restare lì nel dormitorio. Ero a Xerém tutto solo, lontano dalla mia famiglia. Mio nonno guidava sabato notte così che io potessi passare la domenica a casa, a Rio, e poi mi riportava indietro.” Ad un passo dal crollo psicologico, il piccolo Marcelo trova la forza di continuare ancora una volta nelle parole di suo nonno “Marcelo, sta calmo. Non puoi mollare adesso. Io devo vederti giocare al Maracanã un giorno”. Non passa molto, nel 2005 Pedro sarà sugli spalti del Maracanà a guardare suo nipote meravigliare il Brasile, e non solo.

Dopo aver totalizzato 29 presenze e 4 goal l’eco del suo cognome giunse fino alle grandi europee, finché una chiamata di uno sconosciuto gli cambiò radicalmente la vita: “Vuoi andare al Real Madrid?”

L’arrivo a Madrid

Riproiettiamoci nuovamente nelle strade soleggiate di Rio De Janeiro. Marcelo aveva sei anni quando dipingeva sulle mura il volto di Ronaldo il Fenomeno per il mondiale del ’94. Stacco temporale. E’ il 2007, il diciottenne Marcelo sta per entrare nello spogliatoio a Madrid, e trova “Robinho, Cicinho, Jùlio Baptista, Emerson, Ronaldo, Roberto Carlos. Poi ovviamente Casillas, Raùl, Beckham, Cannavaro” . Uno su tutti lo pietrifica particolarmente, Roberto Carlos, il suo idolo da sempre. Immaginatevi il vostro dio terrestre avvicinarsi a voi, con la sua aurea elettrostatica tutt’attorno che vi fa “Questo è il mio numero di telefono. Hai bisogno di qualcosa – qualsiasi cosa – tu mi chiami.” In questo ambiente onirico Marcelo è diventato il calciatore che tutti noi conosciamo. Terzino sinistro che attacca, attacca e attacca. Corre con la consapevolezza che dietro c’è un certo Cannavaro a riempire i buchi, da cui impara tantissimo. I vari allenatori vedono in lui potenzialità differenti. Nella stagione 2008-2009 il tecnico Juande Ramos lo rende ala sinistra. In questa veste segnerà il suo primo goal con i Blancos, su assist di Higuain contro lo Sporting Gijon. Nell’estate del 2010 l’arrivo di Josè Mourinho fa pensare ad una sua partenza. Il portoghese però si ricrede, e incrementa nel brasiliano netti miglioramenti in fase difensiva. Controllo palla magnetico, velocità e dribbling in corsa sono i suoi marchi di fabbrica. Erede di Roberto Carlos non sembra più ormai un’esagerazione. Non lo è di certo dopo la stagione 2013-2014. E’ un momento particolare per la vita sportiva e personale di Marcelo. Nonno Pedro lo segue in ogni istante, ma quando arriva la finale di Champions del 2014, contro l’Atlhetico Madrid, è gravemente malato. Sappiamo tutti l’esito di quella partita e il gran goal di Marcelo nei tempi supplementari da subentrato. “Qualche mese dopo la finale, mio nonno morì a Rio. Sono fiero che sia vissuto abbastanza da vedermi alzare il trofeo della Champions League. E’ stato grazie a lui che sono arrivato su quel palcoscenico”.

Ancora una volta il calcio regala momenti che paiono pensati e scritti prima di essere realmente vissuti. Pedro non poteva andarsene prima di vedere suo nipote conquistarsi l’Europa, e non con una Champions qualsiasi, parliamo della decima in casa Real. Perché sapeva sarebbe accaduto, sapeva che vendere la sua auto avrebbe dato l’occasione a Marcelo di diventare uno dei terzini più forti della storia. Dopo aver visto concretizzarsi la sua scommessa più grande, siam certi che abbia lasciato questo mondo “felice come un figlio di p******!” L’ex fluminense continuerà a vincere, creando un palmares imbarazzante. 5 campionati spagnoli, 2 Coppe del Re, 4 Supercoppe spagnole, 4 Champions League, 3 Supercoppe Uefa e 4 Mondiali per club. Marcelo oggi è un campione, un fuoriclasse portatore di un significato ben preciso. Sacrificio, impegno, umiltà e tanta leggerezza per chi l’osserva. Un calciatore che trasmette passione e brio verde oro ad ogni tocco di palla. Un pazzo che in allenamento diverte e si diverte…

Un uomo che ci auguriamo abbia ancora tanto da darci, nuovi idee per stoppare la palla il lunedì al calcetto, nuove immagini di movimenti con la suola e altre robette di questo genere…

Abascià Domenico


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