Marco Reus, quello che poteva essere e invece non è stato


What if. Due semplici parole per riassumere un concetto denso di significato. A volte gli inglesismi aiutano, ma se volessimo spiegarlo nella nostra lingua il risultato sarebbe una costruzione un po’ meno elegante: “cosa sarebbe stato se…”. La versatilità di questa espressione la rende utile per cercare di spiegare qualsiasi situazione della quotidianità, ma è sicuramente nel mondo dello sport che il “what if” si consuma meglio.

Nel calcio si potrebbero elencare tanti esempi e raccontare decine di storie. Giocatori che potevano diventare campioni ma che non hanno mai toccato l’apice a causa di infortuni, atteggiamenti sbagliati, scelte errate o eventi esterni avversi. Cosa sarebbe successo se, per esempio, Antonio Cassano fosse stato un po’ più razionale? E cosa sarebbe stato di Adriano se avesse retto al trauma del lutto del padre? Domande rimaste senza risposte, anche se tutti, o quasi, dentro di sé le conoscono.

E poi c’è una categoria, all’interno di questo grande insieme, diversa dalle altre. È composta da quei calciatori baciati dal talento che si sono sempre comportati bene, che hanno posseduto fin da giovani la mentalità del vero professionista, la cui carriera è stata però rovinata dalla sfortuna e dalla genetica. Marco Reus è uno dei rappresentanti più illustri, suo malgrado, di questa famiglia. Sicuramente l’ultimo in ordine temporale.

Il Piccolo Mago

Marco Reus è un ragazzo con Dortmund, e il Borussia, nel sangue. E il sogno, per lui che è nato in piena Ruhr, di giocare per i colori del suo cuore, quelli gialloneri. Un desiderio che si realizza fin da bambino, ma che a 13 anni è costretto ad abbandonare. Il talento c’è, il fisico no. La solita storia che rischia di rovinare ragazzi promettenti che hanno bisogno di essere aspettati, coccolati, accompagnati nel loro percorso di crescita. Marco non si perde d’animo, riparte dal Rot Weiss Alhen ed esordisce in prima squadra, che milita nella terza serie tedesca, nel 2007. La squadra sale in Zweite Bundesliga, lui matura velocemente e guadagna spazio fino a essere notato da una grande del calcio teutonico, il Borussia Mönchengladbach.

A 20 anni inizia la sua ascesa. Il suo soprannome, il “Piccolo Mago”, è molto eloquente. Il suo fisico non è cresciuto come si sperava: è alto 1.80, ma è magro, smilzo, esile. Non può reggere ai duri contatti della massima serie, a meno che non riesca a evitarli. E diventa proprio questa la sua caratteristica principale: non farsi prendere, non andare a contrasto se non per prendere falli. Per essere così, però, bisogna avere un dono. E Marco ce l’ha fin dalla nascita, possedendo una tecnica di base con pochi eguali.

Il grande potere del mago non è rendere possibile ciò che appare impossibile, ma è riuscirci facendolo sembrare semplice. Reus è così, ha la stessa abilità di Iniesta (seppur con ruoli diversi) di far sparire e ricomparire la palla a piacimento, senza che l’avversario se ne accorga. E non è un caso, infatti, che i due soprannomi siano appartenenti alla stessa sfera semantica. Marco però non è un centrocampista, bensì un esterno di fascia che ama accentrarsi e diventare trequartista aggiunto. È un 7, un 10 e un 11 contemporaneamente. A Mönchengladbach gioca sulla destra, a Dortmund partirà da sinistra per poi diventare un sottopunta. Insomma, può ricoprire tutti i ruoli dietro l’attaccante. E ha un’altra grande dote, fondamentale per quel tipo di giocatore: la concretezza. Sforna assist a piacimento e dimostra già un ottimo fiuto per il goal, che nel corso degli anni svilupperà e affinerà ancora di più.

Rivoluzione giallonera

Alla fine il sogno di Marco si avvera. Nel 2012, il Borussia Dortmund sborsa 17,5 milioni per acquistarlo, quando poteva non pagare niente e aspettarlo. Tutto è bene quel che finisce bene, si dice. I gialloneri sono una squadra micidiale, vengono da due Bundesliga consecutive e rappresentano la new wave del calcio tedesco. Sono giovani, talentuosi, spavaldi e piacciono a tutti. Reus è la ciliegina su una torta buonissima e diventa oggetto di culto per i ragazzini col suo taglio di capelli tanto semplice quanto stiloso.

Dopo due anni di crescita continua, l’obiettivo della squadra diventa la Champions League. Il primo anno è finale e il Piccolo Mago ne è grande protagonista, anche se la copertina se la prende Lewandowski. Il polacco, Reus, Gotze e Gundogan formano un asse che trasuda genio e classe, è semplicemente incontenibile. La partita di Wembley segna l’apice e la fine di quel meraviglioso Borussia Dortmund, con i suoi principali protagonisti che nel corso degli anni sarebbero migrati verso i grandi rivali del Bayern Monaco, creando un solco che resiste ancora oggi. Marco però è l’unico che rimane, malgrado le “offerte che non potrà rifiutare” arrivino ogni anno. Non gli interessa vincere e guadagnare di più, lui il suo sogno l’ha già realizzato. Non sa ancora, però, che sarà fin troppo travagliato.

Gioie e dolori a Dortmund

La stagione successiva è ottima dal punto di vista personale e avara di soddisfazioni giallonere, ma è quella che a giugno offrirà il palcoscenico dove Reus deve e vuole consacrarsi: il Mondiale. Nel giro di due anni, Marco è diventato la stella della Germania, che può contare su altri fuoriclasse come Muller, Ozil, Neuer per ergersi a principale favorita della rassegna. Pochi giorni prima della partenza del Brasile, però, al Piccolo Mago si spezza la bacchetta. In un’amichevole contro l’Armenia, terminata 6-1 per i tedeschi, Reus subisce un infortunio alla caviglia, non tanto grave, solo quanto basta per fargli perdere il tanto atteso appuntamento, dove si sarebbe laureato Campione del mondo.

Pazienza, avranno pensato molti. Un’occasione persa, certo, ma nel 2018 si presenterà a 29 anni, ancora nel pieno della propria carriera e delle proprie possibilità fisiche. Purtroppo non sarà così. Perché da quell’infortunio Marco entrerà in quella che sembra una maledizione, un incantesimo che nemmeno il miglior mago è in grado di spezzare. Le caviglie diventano fragili, i muscoli risentono dei continui stop e perfino le ginocchia lo abbandonano quando nel maggio 2017 si rompe il crociato. La prima stagione giocata senza troppi problemi è stata proprio quest’ultima, quella più intensa, che però gli è comunque costata cara. Marco si è fermato, ha riflettuto e concluso che giocare l’Europeo sarebbe stato ancor più logorante per il suo fisico. L’obiettivo è arrivare in forma pe l’estate 2022, quando si giocherà il Mondiale.

Il più grande rimpianto

Ma che cosa ci siamo persi, esattamente? Probabilmente uno dei più grandi calciatori dello scorso decennio, uno che poteva davvero segnare un’era. Non alla pari di Messi e Cristiano Ronaldo, gli inarrivabili e intoccabili, ma come quei nove o dieci giocatori che sono considerati l’anello di congiunzione tra i due extraterrestri e gli esseri umani. Reus aveva le caratteristiche per diventare tutto ciò. Classe, tecnica, talento, atteggiamento, predisposizione. Ancora oggi, a 32 anni e con le gambe segnate dai continui malanni fisici, quando sta bene offre lampi di genio che solo pochi altri possono eguagliare.

Aggiungete a questo la corsa che aveva quando stava bene, e che avrebbe avuto senza così tanti infortuni, e sarebbe venuto fuori un giocatore epocale. Quello che ci rimane, però, sono solo due cose. Ricordi di quel fuoriclasse che partiva da sinistra, si accentrava, dialogava con Gotze e poi serviva un assist magico per Lewandowski o scagliava una saetta imprendibile col suo destro potente. E rimpianti, per quel giocatore che poteva essere e, invece, non è mai stato.

Andrea Bonafede


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