Mi chiamo Francesco Totti


Il documentario di una carriera straordinaria

Gli amici, i cugini, l’amore con Ilary, il legame indissolubile con un popolo e una città. Francesco Totti è questo, un uomo che a Roma e alla Roma ha dato tutto, accompagnandola sempre per mano stagione dopo stagione. Una carriera lunga 25 anni, a partire da quando, il 28 marzo del 1993, Vujadin Boskov lo fece esordire in prima squadra in una trasferta contro il Brescia: 17 anni ancora da compiere, l’incredulità di chi fino a poco tempo prima la “Magica” la seguiva da tifoso sugli spalti della curva sud, l’inizio di un sogno che nel film-documentario Mi chiamo Francesco Totti è lui stesso a raccontarci. Proprio lui, Francesco. È lui la voce narrante della sua vita nell’opera di Alex Infascelli, parla direttamente agli spettatori mettendosi a nudo per quello che è senza alcuna remora, con i suoi pregi ma anche con i suoi difetti. Un campione sul campo, ma pur sempre un essere umano che, come tutti, si è ritrovato delle scelte a volte anche difficili davanti a sé. Le ha affrontate alla stregua di ogni uomo, facendo i conti col proprio carattere e la propria passionalità, a volte pagandone le conseguenze.

La dicotomia tra il personaggio Totti e la persona Francesco appare evidente in tutta la durata del documentario. Il racconto entra nel vivo intrecciando la vita sportiva con quella personale, così come la moltitudine di emozioni contrastanti che un ragazzo poco più che ventenne e con il mondo ai suoi piedi può essere capace di provare. La costante che caratterizza l’opera è quella dei rapporti umani, a partire dalla conoscenza con Ilary, l’amore della sua vita a cui dichiarò pubblicamente il proprio sentimento la sera del 10 marzo del 2002, quando nel derby contro la Lazio le dedicò la rete del 5-1 esibendo la celebre maglietta con la scritta “6 unica”. E poi il rapporto coi parenti, la mamma, il papà, i cugini che per lui sono sempre stati come fratelli. Più che persone dei porti sicuri in cui rifugiarsi sia nei momenti belli che in quelli bui.

Al centro del suo mondo però c’è sempre lui, il calcio: gli allenatori, il padre putativo Carletto Mazzone, il suo quasi addio all’epoca di Carlos Bianchi, lo scudetto del 2001 con Fabio Capello e la festa del Circo Massimo, ma anche l’infortunio a pochi mesi dal mondiale 2006, il rigore contro l’Australia e soprattutto quella coppa, la più ambita di tutte, stretta tra le braccia sue e quelle di una generazione di calciatori che rimarrà sempre indelebile nella storia della nazionale azzurra. Si gioca sull’onda dei ricordi, è solo uno sport ma alla fine dietro c’è molto di più; è lo stesso Francesco a ricordarcelo rivivendo, per esempio, il giorno del tricolore, il 17 giugno 2001: “Basta guardare la gioia della gente, la gioia che sono stato in grado di dargli semplicemente dando dei calci a un pallone”. Roma è una piazza difficile, scudetti e coppe prestigiose passano di rado, ma quando poi succede ecco che quell’attimo diventa leggenda: “Uno scudetto qui vale come dieci scudetti altrove”. Una frase che rende l’idea di cosa significhi conquistare un campionato di calcio nella città eterna.

Fin dal 1993, quando dalla primavera si unì alla prima squadra dell’allora numero 10 Giuseppe Giannini, c’è sempre stata una persona in particolare al fianco di Francesco Totti, sia nel bene che nel male: quel qualcuno è Vito Scala, il personal trainer che compare in alcuni tra gli scatti più rappresentativi dell’apogeo calcistico del numero 10. È al suo fianco nel giorno del tricolore, ma anche in sala operatoria dopo l’infortunio del 2006. Lo ha supportato sempre e comunque e gli ha perfino perdonato qualche eccesso caratteriale. Francesco lo omaggia all’interno della pellicola e ne riconosce l’estrema importanza all’interno del suo percorso non solo agonistico, ma anche e soprattutto mentale.

E poi il rapporto di amore e odio con Luciano Spalletti. Quello che nella sua prima esperienza romana gli cambiò addirittura ruolo in campo: lo collocò al centro dell’attacco, una direzione coraggiosa che non a caso coincise con gli anni più prolifici della sua carriera, culminati con la vittoria della scarpa nel 2007. Un sodalizio che, come per conseguenza di un amaro sortilegio, si spezzò irrimediabilmente nel corso dello Spalletti bis, tra il 2016 e il 2017: retroscena dal sapore amaro, discussioni cariche di tensione, persino mancate convocazioni e conseguenti dichiarazioni al veleno. Francesco che palleggia a bordo campo con un raccattapalle nella trasferta di Sassuolo, Francesco che sbuffa in panchina, Francesco che sente la luce della competizione abbandonare i suoi occhi. Il film forse concede troppo spazio alla vicenda, semplicemente perché uno come Totti merita di più, rappresenta qualcosa di grande, il suo simbolo attinge a un senso di appartenenza che trascende l’aspetto sportivo. Impossibile ingabbiare il suo valore all’interno di una semplice querelle con un allenatore, sebbene questa si sia consumata nel momento conclusivo (e quindi tra i più delicati) della sua carriera.

Gli ultimi minuti della pellicola dedicano spazio a quel vortice di sensazioni che è stato il 28 maggio 2017, il giorno in cui Francesco Totti ha dato l’addio al calcio giocato. Basta osservare i primi piani del suo volto, di quello dei tifosi in tribuna, tutti o quasi rigati dalle lacrime, carichi d’amore incondizionato per un figlio di Roma e della Roma che si congeda al termine di una lunga battaglia. Un gladiatore, tatuato anche sul braccio, che quando si guarda indietro vede sé stesso ancora bambino, un bambino il cui spirito è rimasto sempre con lui, anche una volta superati i 40 anni. Non si è mai sentito davvero pronto ad affrontare quel momento, probabilmente non lo sarebbe stato mai, eppure quel momento è arrivato, inesorabile e crudele, seppure mitigato dall’amore della sua gente. Il documentario di Infascelli ce lo mostra nella sua integrità, sceglie di non snaturarlo, lo accompagna con le note di Solo di Claudio Baglioni, concedendo il giusto spazio a ciò che alla fine il calcio e i suoi più grandi interpreti sanno offrire meglio di ogni altra cosa: pure e semplici emozioni.

MAURO MANCA


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