Nazionale italiana: una grande storia che nasce da lontano


Il 15 marzo 1898 a Torino venne costituito un comitato che di lì a una decina di giorni avrebbe dato vita alla FIF, Federazione Italiana Football. La denominazione sarebbe rimasta in vigore fino al 1905, giusto il tempo di registrarsi agli organi dell’Uefa con l’acronimo di Figc.

Il primo capo della neonata organizzazione fu l’ingegnere Mario Vicary, mentre l’esordio assoluto del campionato campionato italiano si consumò nel maggio del 1898, un torneo che vide solo quattro squadre partecipanti: Fc Torinese, Ginnastica Torino, Internazionale Torino e Genoa. Sarà proprio la squadra ligure ad aggiudicarsi la vittoria e quello che di fatto può considerarsi il primo scudetto nella storia della Serie A.

Il progetto di una selezione nazionale prenderà forma solo circa 12 anni più tardi, su iniziativa di un comitato capeggiato dall’allora presidente federale Luigi Bosisio.

Dal bianco all’azzurro

In principio fu il bianco. Si potrebbe pensare a una scelta stilistica, a un richiamo alla banda centrale della bandiera o a un omaggio alla grande Pro Vercelli di quegli anni, ma non fu niente di tutto ciò. Se nel maggio del 1910 la nazionale italiana di calcio disputò la sua prima partita ufficiale di candido vestita, le ragioni furono di mera natura economica.

Quel colore semplicemente costava meno, oltretutto la federazione non ne aveva ancora stabilito uno ufficiale, motivo per cui si optò per delle semplici maglie bianche. La partita si giocò all’Arena Civica Milano contro la Francia, un netto 6-2 per i padroni di casa che oggi definiremmo come “un punteggio tennistico”. Il primo gol e la prima tripletta vennero messi a segno da Pierino Lana, uno dei dissidenti del Milan che nel 1908 aveva contribuito alla fondazione dell’Inter, salvo poi tornare sui suoi passi per rivestire il rossonero. 

L’esordio della maglia azzurra, accompagnata dallo stemma dei Savoia cucito sul petto, andò in scena quasi otto mesi dopo, sempre nella cornice milanese dell’Arena Civica. Nell’occasione l’Italia venne sconfitta per 0-1 dall’Ungheria. Quelli furono primi sprazzi di un colore che avrebbe contraddistinto per sempre una delle nazionali più celebri e vincenti del panorama mondiale.

I primi trionfi della nazionale

A proposito di mondiale, i primi due successi arrivarono sotto la guida di Vittorio Pozzo, a oggi l’unico Ct capace di vincerlo in due occasioni, per di più consecutive. Erano gli anni del ventennio fascista, non a caso il primo torneo del 1934 venne organizzato in casa, con la finale vinta ai danni della Cecoslovacchia disputata allo Stadio Nazionale di Roma, nell’area in cui oggi sorge il Flaminio.

Anche se non andò a segno in quella finale, la stella di quella squadra fu senza dubbio Giuseppe Meazza, che insieme a Schiavio, Orsi e l’italo argentino Guaita diede vita a un gruppo destinato a scrivere le prime pagine di un grande romanzo calcistico. 

Nel 1936 arrivò anche una medaglia d’oro al torneo olimpico di Berlino, mentre, al mondiale di Francia del 1938, oltre a “Peppìn” la selezione azzurra poté contare su un’altra stella del calibro di Silvio Piola, funambolico centravanti della Lazio destinato a diventare il marcatore più prolifico del calcio italiano.

La finale vinta per 4-2 contro l’Ungheria permise a Meazza e compagni di alzare al cielo per la seconda volta la coppa intitolata all’allora capo della Fifa Jules Rimet. Fu l’ultimo mondiale prima della guerra, che ne avrebbe precluso l’organizzazione fino al 1950.

La partita del secolo

Il regolamento della Rimet prevedeva che la nazionale che l’avesse vinta per tre volte se la sarebbe aggiudicata definitivamente. Il destino volle che tutto si decidesse in una partita, allo stadio Atzeca di città del Messico. Il 21 giugno del 1970 Italia e Brasile, guarda caso le uniche due nazionali ad aver conquistato due titoli mondiali, si sfidarono in una finale che divenne una sorta di spareggio per stabilire chi tra le due avrebbe messo per sempre in bacheca quel trofeo.

Nelle semifinali, i verdeoro di Pelé ebbero vita facile contro l’Uruguay, battuto per 3-1, mentre l’Italia di Gigi Riva si confrontò con la Germania Ovest in quella che la storia avrebbe ribattezzato la partita del secolo. Una ricorrenza che si ripropose spesso durante quell’esperienza iridata degli azzurri, fu la continua staffetta a cui il Ct sottopose Sandro Mazzola e Gianni Rivera, i due leader tecnici della squadra. Solitamente l’interista partiva titolare, mentre il milanista lo sostituiva nel secondo tempo. Fu così anche nel 4-3 con cui gli azzurri eliminarono i tedeschi (Rivera segnò il gol decisivo), un’impresa che comportò due tempi supplementari nonché un enorme dispendio di energie.

La finalissima fu quasi a senso unico, 4-1 per un Brasile troppo forte al cospetto di un’Italia troppo stanca. Nonostante l’epilogo, quando si ripensa a quel mondiale la mente torna sempre lì, a quella semifinale rimasta scolpita negli annali, raccontata dalla voce inconfondibile di Nando Martellini a quei milioni di italiani che la videro in bianco e nero, in diretta, a dispetto del fuso orario.

I ragazzi guidati da Ferruccio Valcareggi, grazie a quella vittoria sfiorata e all’europeo vinto in casa nel 1968, riuscirono a cancellare l’onta del 1966, quando ai mondiali inglesi vennero eliminati ai gironi con una clamorosa sconfitta contro la Corea del Nord. In quell’occasione, fu il centrocampista Paak Doo-ik a realizzare una rete che in estremo oriente avrebbero ricordato come un momento memorabile.

Nel periodo immediatamente successivo a quella sfida, si diffuse la leggenda metropolitana secondo cui Italia venne eliminata per mano di un dentista. In realtà Pak non esercitò mai la professione, pur avendone conseguito l’abilitazione. 

La gioia del Mundialito. I maledetti rigori

Per rivedere le stelle gli azzurri dovettero aspettare fino al mondiale spagnolo del 1982. Un torneo al quale gli uomini del Enzo Bearzot si presentarono sotto i peggiori auspici, tra aspre polemiche per le scelte del Ct e le innumerevoli critiche da parte della stampa per il gioco espresso. Non migliorò la situazione un girone eliminatorio passato per il rotto della cuffia, grazie a tre pareggi contro Polonia, Camerun e Perù.

Poi la vittoria contro l’Argentina di Maradona e Passarella, prima del miracolo contro il super favorito Brasile di Zico, Socrates e Falcao, un miracolo chiamato Paolo Rossi. L’attaccante si ripetè anche in semifinale con la Polonia e in finale contro la Germania Ovest, ancora una volta vittima prediletta dell’Italia. Il capitano Dino Zoff sollevò al cielo di Madrid non la Coppa Rimet, ma un trofeo ideato proprio da uno scultore italiano, Silvio Gazzaniga.

Dopo una deludente eliminazione agli ottavi per mano della Francia di Platini nel 1986, fu nel 1990 che la selezione italiana ebbe la prima grande occasione di mettere in bacheca il quarto mondiale. Il torneo venne organizzato in casa, sulle note del brano Notti Magiche cantato da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato. Fu il primo mondiale di Roberto Baggio, ma anche quello di un eroe che non ti aspetti come Totò Schillaci. Si rivelò pure il mondiale del primo amaro calice dagli undici metri.

Gli azzurri, che fino a quel momento avevano recitato da assoluti protagonisti del torneo, dovettero arrendersi all’Argentina nella cornice del San Paolo di Napoli, con gran parte del pubblico che faceva il tifo per l’idolo di casa, Diego Maradona. L’Italia di Azeglio Vicini andò fuori ai rigori, una sorte analoga a quella della selezione guidata da Arrigo Sacchi quattro anni più tardi negli Stati Uniti. Il rigore finito alto sopra la traversa di Roberto Baggio nella finale contro il Brasile è rimasto il simbolo ingeneroso di una rassegna vissuta sulle spalle e sulle prodezze del Divin Codino.

Baggio ebbe modo di esorcizzare i suoi fantasmi dal dischetto nel ’98 in terra di Francia, ma in quell’occasione fu Gigi Di Biagio a vedere i sogni mondiali infrangersi sulla traversa. Per il terzo mondiale consecutivo l’Italia perse ai rigori, un amaro sortilegio che come sappiamo sarebbe stato esorcizzato solo 8 anni più tardi.

Nel mezzo ci fu un Europeo sfumato prima nel recupero e poi al Golden gol sempre contro la Francia, in una finale che sembrava vinta fino a pochi secondi dal triplice fischio grazie a un gol di Marco Del Vecchio. Furono Wiltord prima e Trezeguet poi a condannare gli azzurri a una sconfitta rocambolesca quanto clamorosa. Per questo, quando si torna con la mente a quell’Europeo del 2000 si preferisce ricordare la semifinale contro l’Olanda, i miracoli di Toldo tra i pali e il celebre “cucchiaio” di Totti dal dischetto.

Un’esperienza al limite del grottesco fu il mondiale di Giappone e Corea nel 2002. Come tutti ricordano, l’eliminazione subita dai padroni di casa della Corea (stavolta del sud) venne fortemente condizionata dalla scellerata direzione di gara dell’arbitro Byron Moreno.

Il quarto mondiale, il declino, la rinascita della nazionale

Il rigore di Totti contro l’Australia, il gol di Grosso alla Germania, l’ultimo rigore nella finale contro la Francia, a completamento di una vendetta resa ancora più dolce dalle sconfitte patite coi transalpini nel 98′ e nel 2000. La maledizione dagli undici metri che si interrompe nel momento più importante, la quarta coppa del mondo alzata da Fabio Cannavaro la sera di quel 9 luglio 2006 a Berlino. La nazionale di Marcello Lippi raccolse quanto di buono aveva seminato nel tempo, un gruppo storico, maturo, pronto finalmente per vincere e che finalmente, dopo esserci andata vicino in più occasioni, ce l’aveva fatta.

A quasi 15 anni di distanza si può dire che quel successo rappresentò il picco di una parabola che, a partire da quel momento, avrebbe iniziato la sua inesorabile discesa, con un gruppo ormai avanti con l’età e pochi giovani all’altezza di tenere alto il nome della nazionale. La finale raggiunta e persa contro la Spagna agli europei del 2012 con Cesare Prandelli in panchina rappresenta l’unico cammino realmente degno di nota negli ultimi 15 anni.

Nel tempo sono susseguite delusioni una in fila all’altra, come l’eliminazione al primo turno nel mondiale sudafricano del 2010, destino vissuto in copia carbone anche nel 2014 in Brasile. Il punto più basso della nazionale rimane però la debacle contro la Svezia nel novembre del 2017, con la conseguente mancata qualificazione al torneo iridato in Russia, un avvenimento che non si verificava dal lontano 1958.

L’azzurro ha ripreso finalmente a brillare grazie a Roberto Mancini e i suoi ragazzi, che hanno strappato con largo anticipo un biglietto per il prossimo Europeo e sono praticamente sicuri di un posto anche al campionato del mondo che si giocherà in Qatar.

Il riscatto tanto atteso è arrivato anche nella nuova Nations League, che vede l’Italia qualificata alla fase finale con ampio merito, con il torneo conclusivo in programma proprio nel Belpaese. Dopo anni di purgatorio, l’Italia è pronta a tornare in paradiso, nell’Olimpo del calcio che conta, con l’obiettivo di scrivere nuovi capitoli di un romanzo che va avanti ormai da oltre 110 anni.

di Mauro Manca


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