Paolo Rossi, un eroe gentile che restituì il sorriso a un intero Paese


Nel 1982 la coltre nube degli anni di piombo cominciava lentamente a sfumare. Non era passato tanto tempo dalla strage di Bologna e il ricordo del rapimento di Aldo Moro era ancora pittato di fresco nella memoria collettiva. Strategia della tensione, un autunno caldo nel mezzo di una guerra fredda, l’Italia a cavallo tra i decenni era un animale ferito e ingabbiato dalle sue contraddizioni, da quelle tante, troppe sfaccettature che hanno sempre rappresentato il bello e allo stesso tempo il brutto dell’essere italiani. L’aria era pervasa da una tangibile voglia di normalità, un ritorno alle cose semplici, quelle che, almeno per un momento, riescono a spazzare via dalla mente i cattivi pensieri. 

Un pallone e un rettangolo verde. Basta poco, perché a noi quello sport piace davvero tanto, così tanto che lo abbiamo inserito in tante conversazioni quotidiane, nella cabala, nella tradizione, l’abbiamo chiuso a doppia mandata nella nostra cultura popolare. Niente di meglio del gioco del calcio per ritrovare il sereno, l’antidoto giusto per un paese avvelenato da uno dei suoi periodi più bui. Nella stagione 1981/82 la Juventus di Giovanni Trapattoni vinceva il suo secondo scudetto consecutivo, quello della seconda stella.

La squadra piemontese era una vera e propria nazionale a tinte bianconere. Se si esclude il sammarinese Massimo Bonini, l’unico vero straniero in rosa era l’irlandese Liam Brady, regista di centrocampo dotato di buoni piedi e minuziosa intelligenza tattica. Il resto del gruppo comprendeva elementi dl calibro di Zoff, Cabrini, Gentile, Scirea, Tardelli e Rossi, vale a dire sei undicesimi dei titolari che l’11 luglio dell’82 scesero in campo nella finale dei mondiali contro la Germania Ovest. Il cosiddetto “blocco juventino”, l’intelaiatura dalla quale Enzo Bearzot aveva scelto di partire per disegnare la propria nazionale. 

La coerenza di Bearzot

Quelle del “Vecio” furono perlopiù decisioni facili. Avere la possibilità di convocare così tanti giocatori appartenenti allo stesso club è un bel vantaggio per una nazionale, specie quando il tempo per assimilare un’affinità corale scarseggia. C’era però un nodo da sciogliere davanti, un dubbio che forse albergava la mente di chi viveva da spettatore le vicissitudini degli azzurri, ma che non aveva mai nemmeno sfiorato la mente di Bearzot. Chi portare al mondiale spagnolo tra Roberto Pruzzo e Paolo Rossi? Uno veniva da due stagioni consecutive da capocannoniere con la maglia della Roma, senza dubbio tra gli attaccanti più in forma della Serie A. L’altro era reduce da due anni di squalifica, lo scandalo del totonero lo aveva investito nel momento d’oro della carriera. La storia avrebbe avuto modo di assolverlo, ma nel frattempo Paolo Rossi aveva maturato una selva oscura di pensieri negativi, ponderava un addio al calcio giocato, meditava persino di lasciare il paese. 

Sulla carta una scelta scontata: il miglior goleador del campionato in un angolo e un’anima perduta in quello opposto. Bearzot a dispetto della logica restò fedele alle sue convinzioni e portò in Spagna Rossi, non perché fosse un amante delle sfide impossibili, ma perché aveva sempre creduto nelle qualità del ragazzo. La sua fede nel talento dell’attaccante toscano era tale da volare al di sopra degli scandali, delle polemiche, di una stampa dell’epoca che non aveva certo bisogno di altri pretesti per criticare una nazionale lontana dal bel calcio espresso agli europei del 1980. Una decisione sì coraggiosa, ma che non ebbe nulla di romantico o romanzesco, fu il semplice frutto della coerenza. Troppo semplice da celebrare oggi, molto facile da demolire allora.

L’impresa di Rossi, il ricordo, la gratitudine

L’epica del racconto è invece parte di ciò che avvenne poi: l’inizio stentato, il faticoso passaggio del turno frutto di tre pareggi, il silenzio stampa. E infine la rivalsa di un ragazzo dal fisico esile, poco sopra il metro e 70, che in un pomeriggio di sole allo Stadio di Sarriá segna 3 gol a una delle nazionali brasiliane più forti di sempre. Arriveranno altre due reti alla Polonia in semifinale, quella in finale con la Germania, la coppa del mondo alzata sotto il cielo di Madrid e il pallone d’oro. Se solo un anno prima qualcuno gliel’avesse detto, il primo a non crederci sarebbe stato proprio lui, l’uomo che dal 1982 in poi sarebbe diventato noto a tutti come Pablito. 

Al di là dell’impresa sportiva, ciò che resta impresso ancora oggi è il sorriso di Paolo Rossi, quell’espressione che da sola bastava a esprimerne tutta la genuinità. Era la fotografia in movimento di un’Italia che aveva una voglia di festeggiare, riversarsi per le strade a gridare la propria gioia. Le stesse strade che furono teatro di tensione e cammino di passaggio per le brigate, in quell’estate del 1982 divennero luogo di spensieratezza. Anche e soprattutto per questo noi oggi ricordiamo Paolo Rossi e ci rattristiamo per la sua prematura scomparsa. Una persona semplice, ma capace di grandi cose, un eroe del nostro calcio che ha sempre vissuto con garbo, una dignità fuori dall’ordinario che resta ancora d’esempio per le generazioni presenti e future. 


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