Quando Robert Lewandowski distrusse il Real Madrid


Quante volte abbiamo sentito dire che un giocatore, in seguito a una sua prestazione sontuosa, abbia “vinto la partita da solo”? Malgrado si tratti di un’espressione tanto inflazionata quanto inesatta, alcuni calciatori si sono avvicinati comunque a questo concetto. Nella storia del football abbiamo assistito a vere e proprie imprese di un singolo, a deliri di onnipotenza di un solo giocatore, che hanno aiutato i propri club o le proprie Nazionali a raggiungere risultati prestigiosi e, a volte, inaspettati. In questa categoria rientrano sicuramente le gesta di Maradona ai Mondiali del 1986 (in particolare nel match contro l’Inghilterra), la tripletta di Cristiano Ronaldo in Juventus-Atletico Madrid nel 2019, i quattro goal di Messi contro l’Arsenal nel 2010, solo per citarne alcuni.

Quello che successe il 24 aprile 2013, tuttavia, ha assunto un’aura ancora più mistica. Una partita in cui una Cenerentola, grazie anche alla vena realizzativa del suo bomber, ha inflitto una sonora batosta a una squadra probabilmente più forte, di certo più quotata. Stiamo parlando del Borussia Dortmund e del poker di Robert Lewandowski, che permise ai gialloneri di battere per 4-1 il Real Madrid di Mourinho e Cristiano Ronaldo nella semifinale di andata di Champions League. La notte in cui il numero 9 polacco si consacrò come uno dei migliori attaccanti al mondo, reputazione ampiamente confermata negli anni successivi.

Il Borussia Dortmund dei miracoli

Quel Borussia Dortmund ha rappresentato una favola calcistica, un insieme di giovani giocatori di talento guidati da un tecnico con idee innovative, che è arrivato a un passo dal salire sul tetto d’Europa. Due Bundesliga vinte, nel 2011 e nel 2012, una finale di Champions League raggiunta nel 2013, col sogno infranto contro la rivale di sempre, il Bayern Monaco. Quella squadra poteva contare su giocatori come Hummels, Gundogan, Reus, Gotze e Lewandowski, prima che quasi tutti decidessero di migrare verso altri lidi, più prestigiosi o più ricchi.

Con questa materia prima di pregevole fattura – più altri buoni comprimari come Piszczeck, Subotic, Schmelzer, Bender, Blaszczykowski – il demiurgo di questa storia, Jurgen Klopp, crea un vestito su misura per la sua squadra, un gioco destinato a influenzare in maniera permanente il calcio degli anni successivi: il “gegenpressing”, adottato prima dal movimento tedesco in generale e poi da molti altri club europei. Una miscela di pressione alta e di verticalizzazioni improvvise, con l’obiettivo di rimanere il più possibile nella metà campo avversaria e avere più chance di fare male. Se poi davanti ci sono giocatori come Lewandowski, Gotze e Reus – il 9, il 10 e l’11 – l’esecuzione della teoria diventa estremamente semplice.

La battaglia contro i Giganti

Il percorso del Dortmund in Champions League è un’altalena di emozioni. Gli uomini di Klopp conquistano il primo posto in un girone di ferro (con Real Madrid, Manchester City e Ajax) senza perdere nemmeno una partita. Agli ottavi di finale battono un talentuosissimo Shakhtar Donetsk (che in rosa contava giocatori come Willian, Douglas Costa, Mkhitaryan), mentre ai quarti va in scena una delle partite più emozionanti della storia della Champions League, nella quale i gialloneri superano il Malaga segnando due goal nei minuti di recupero. Il sorteggio successivo li mette di fronte al Real Madrid, che al terzo tentativo di fila in semifinale si sente ormai pronto per accedere all’ultimo atto e sollevare la Decima.

La gara di andata è un’opera d’arte, equilibrata per 45 minuti e dominata poi da un assolo che solamente il triplice fischio dell’arbitro può interrompere. È come andare a vedere un concerto di Bruce Springsteen: sai che è accompagnato da grandi musicisti (la E Street Band), ma alla fine la scena se la prende lui. Robert Lewandowski porta in vantaggio il Borussia dopo appena otto minuti, piovendo come un falco su un cross insidioso di Gotze tra difesa e portiere. Il Dortmund gioca veloce, pressa, tira, ma a pochi minuti dalla fine del primo tempo Hummels rischia di rovinare tutto. Nel tentativo di scaricare un pallone al portiere, il difensore tedesco sbaglia totalmente la misura, Higuain ne approfitta e serve a Cristiano Ronaldo uno dei goal più facili della sua carriera.

This is the greatest show

Nel secondo tempo Lewandowski decide di non sbagliare più, nemmeno se volesse. Un vero e proprio cecchino, quasi meglio di Chris Kyle (la cui vita è raccontata da Clint Eastwood in “American Sniper”): in una sola parola, infallibile. Il polacco in questo match sembra un campo magnetico, che attira qualsiasi pallone per poi scagliarlo con una precisione chirurgica in fondo alla rete. Il secondo e il terzo goal, simili tra loro, confermano questa teoria. Al 50esimo Reus prova un tiro al volo, ma colpisce male: il pallone sembra destinato a Diego Lopez, se non fosse che sulla traiettoria (sul filo del fuorigioco) si trova Lewandowski, il quale stoppa, si gira e sbuccia la sfera, che malgrado il colpo non pulito si insacca alle spalle del portiere.

Cinque minuti dopo arriva un goal analogo, ma questa volta la classe supera di molto la fortuna. Dalla sinistra Schmelzer fa partire un tiro cross in mezzo all’area, Modric sporca il pallone che ancora una volta finisce tra i piedi di Lewandowski. Il numero 9 inizia a danzare sulla palla, la sposta indietro con la suola evitando l’intervento di Pepe e non si sa con quale forza scaglia un bolide sotto la traversa. No, questa è una di quelle sere in cui Robert non si può fermare. Il quarto goal arriva al 66esimo, su calcio di rigore, tirato con la freddezza di chi sa che in quel momento non può proprio sbagliare.

Il numero 9 per eccellenza

Purtroppo per il Dortmund, quella favola non si concluse con il lieto fine. Oltre alla finale persa contro gli acerrimi nemici, nel giro di tre anni tutti i migliori giocatori, eccetto Reus, sarebbero migrati, la maggior parte proprio al Bayern Monaco. L’epopea giallonera raggiunse l’apice proprio nel doppio confronto col Real Madrid, per poi spegnersi nello stadio di Wembley. Oggi il Borussia Dortmund ha assunto il ruolo di secondo club tedesco, pescando tanti altri giovani talenti in giro per il mondo. La banda di Klopp, che tra il 2010 e il 2013 ha sconvolto il mondo calcistico, rimane però una squadra irripetibile, avendo lasciato un’eredità tangibile ancora oggi.

In Baviera Lewandowski non ha certo smesso di segnare con regolarità, ripetendo prestazioni come quella della notte del 24 aprile 2013. Anzi, una sera si è addirittura superato. Il 22 settembre 2015, nel match contro il Wolfsburg, il polacco subentra dalla panchina all’intervallo e ne infila 5 in 9 minuti, dal 51’ al 60’. Follia pura. La faccia con la quale Guardiola viene pescato dalle telecamere, al quinto (meraviglioso) goal del suo numero 9, è più eloquente di qualsiasi parola. Ma se riflettiamo sulle imprese di Lewandowski, il primo pensiero che viene in mente a ogni tifoso nostalgico non può che essere il poker contro il Real Madrid. La sera in cui un giocatore si avvicinò per davvero a vincere una partita da solo.

Andrea Bonafede


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