Quando il calcio perse il suo Fenomeno


Il giorno di San Valentino di 10 anni fa migliaia di cuori si spezzarono davanti al televisore. Dava l’addio al calcio uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi. Se la generazione degli anni Settanta aveva i vari Cruijff, Beckenbauer e Rummenigge, se per gli anni Ottanta c’erano Platini, Gullit, Van Basten e poi, naturalmente, Maradona, negli anni Novanta non possiamo dimenticare Baggio e Zidane. Ma dalla metà di quel decennio in avanti la scena è stata solo per lui: Ronaldo. Il primo, quello brasiliano, quello il cui nome già diceva tutto: Ronaldo Luís Nazário da Lima, detto il Fenomeno.

“Credo sia arrivato il momento di dire basta – disse il 14 febbraio 2011 ai giornalisti di Estadao de Sao Paulo –. Quando penso a fare una giocata non mi riesce più come prima. Come avevo già detto volevo continuare per dare soddisfazioni ai tifosi, ne avevo anche parlato con la mia famiglia. Adesso però non ce la faccio più. È stata una cosa bellissima fare il calciatore, ma a tutto c’è una fine”.

Noi, invece, torniamo all’inizio.

Colui che è nato due volte

Che fosse destinato a essere speciale era chiaro fin da subito. Ronaldo è colui che è nato due volte. Secondo i registri di Cascadura, il Fenomeno viene alla luce il 22 settembre 1976, ma verrà poi accertato che la sua nascita è avvenuta quattro giorni prima, il 18 settembre. Il ritardo nella registrazione sarebbe costato una multa al padre, che decide inizialmente di posticipare l’evento. Il fatto diverte ancora oggi lo stesso Ronaldo, che festeggia il suo compleanno due volte.

Il brasiliano dimostra la sua passione per il calcio sin da piccolo. Non piange mai e non sta mai fermo: bloccarlo è un’impresa faticosissima, dentro e fuori dal campo: mamma Sonia e papà Nélio sono i primi a conoscere la sorte che sarebbe toccata a tantissimi difensori avversari. In campo Ronaldo è sempre stato spaventoso, quasi una forma di ribellione alle tante difficoltà avute nella sua vita – quella di parlare, prima di tutto – e alla paure che aveva da bambino. Come il terrore del buio, che non lo faceva dormire da solo tranquillo.

La svolta: il PSV Eindhoven

Nel 1994 arriva la grande occasione della sua carriera. Dopo essersi messo in luce nel campionato brasiliano e soprattutto con la convocazione al Mondiale del ’94 del c.t. Parreira, che lo fece esordire nel marzo dello stesso anno con la maglia verdeoro in un’amichevole contro l’Argentina, viene acquistato dal PSV Eindhoven per 6 milioni di dollari. Il compito che lo aspetta non è facile: sostituire un altro brasiliano, Romario. Il primo avversario del Fenomeno in Olanda è il freddo: non è semplice adattarsi a condizioni climatiche completamente diverse da quelle che aveva conosciuto in Brasile. “Il primo inverno il termometro scese anche a -20 gradi – ha raccontato il giocatore anni dopo -. Per me era una tortura”. L’attaccante quando scende in campo è costretto a mettersi anche tre paia di calze, e se al gelo del clima si aggiunge il freddo della solitudine, si comprende come per il giovane Ronaldo non sia stato semplice ambientarsi in un Paese così diverso e così lontano da casa. Ma dopo qualche mese il giocatore ritrova il suo equilibrio e inizia a far vedere ciò di cui è capace a suon di gol, velocità e dribbling. Nonostante la seconda stagione olandese sia più complessa, con un’operazione al ginocchio destro per un’apofisite del tubercolo tibiale, Ronnie firma 19 reti e attira le attenzioni di un altro grande club europeo.

L’arrivo al Barcellona

Corre l’anno 1996, il Barcellona ha appena perso – dopo 8 anni e 11 trofei – il suo allenatore, Johan Cruijff e decide di affidare la panchina a Bobby Robson. Ad attendere il nuovo tecnico, un ambiente ricco di ostilità, ma Robson non si scoraggia, sa bene che non è facile prendere il posto di uno che da molti è considerato il più grande genio del calcio. Il nuovo allenatore tenta di reinventare la squadra dopo due annate deludenti con un inedito 4-2-3-1. Ha già bene in testa chi sarà il suo terminale offensivo. Si tratta di un ragazzo di 19 anni, reduce da una stagione con il PSV condizionata da un infortunio al ginocchio, ma che in due anni ha segnato 54 gol in 57 partite.

Ronaldo sbarca così a Barcellona, pronto a indossare la maglia blaugrana. Chi crede che gli ci vorrà del tempo per prendere confidenza con il calcio spagnolo si sbaglia: 12 reti nelle prime 10 gare.

Tra gli innumerevoli gol del Fenomeno uno non si può dimenticare. È il 12 ottobre 1996, lo stadio è quello del Compostela. Ronaldo parte dalla propria metà campo, percorre 47 metri in 12 secondi, il tutto con cambi di direzione, falli evitati, tocchi di palla e avversari scartati. Poi abbatte il portiere Fernando Peralta e segna. Piccola curiosità: la Nike acquisterà le immagini di quella gara per realizzare uno spot che però non vedrà mai la luce, dal momento che gli avvocati del Compostela si oppongono alla messa in onda perché “troppo umiliante”.

Tuttavia, la storia d’amore tra il brasiliano e il Barcellona giunge al capolinea: il presidente Nunez, dopo aver chiuso il rinnovo del contratto, si rimangia la parola data e Ronaldo non può far altro che guardarsi attorno. Nel suo campo visivo c’è Milano, con il presidente dell’Inter Massimo Moratti pronto a una corte serrata per regalare a Simoni un attaccante di valore.

Ronaldo idolo nerazzurro

Il 20 giugno 1997 Ronaldo firma il contratto con l’Inter. Il brasiliano si presenta a Milano con una camicia a scacchi, jeans neri e un orecchino al lobo sinistro che diventerà presto un trend tra i giovani. I tifosi impazziscono: in 4000 si presentano sotto la sede di via Durini, dove il Fenomeno si affaccia dal terrazzo dello studio di un notaio perché gli uffici del club non hanno un balcone.

Il primo gol con la maglia numero 10 dell’Inter lo segna sotto la pioggia di Bologna e sotto lo sguardo attonito di Massimo Paganin, che non riesce a spiegarsi come il brasiliano lo abbia saltato. Da quel giorno Ronnie non si ferma più.

C’è però un gol che ogni tifoso nerazzurro ricorda e porta nel cuore. È quello che Ronaldo segna nella semifinale di Coppa Uefa contro lo Spartak Mosca. È il 14 aprile 1998 e a 15’ dalla fine il Fenomeno mette la firma sulla doppietta. Nonostante il freddo, nonostante il ghiaccio, il brasiliano danza in mezzo al campo: stop, dribbling, scatto, tocco per Zamorano, palla di ritorno, finta per saltare due difensori e un’altra per umiliare il portiere e far finire la palla in rete.

Con il passare del tempo però, il ginocchio continua a dargli problemi. Infortuni, lunghi stop e una frustrazione crescente portano all’ultima, triste, immagine di Ronaldo con la maglia nerazzurra. È il 5 maggio 2002, l’Inter perde contro la Lazio all’Olimpico e consegna lo scudetto nelle mani della Juventus, trionfante a Udine. Ronaldo in quel match segna un gol, ma non basta. Il brasiliano non riesce a portare a casa quel trofeo che vede come una parziale restituzione di tutto ciò che ha ricevuto nei suoi anni milanesi. Il volto scuro, le lacrime: sono questi gli ultimi frame che ricordiamo.

Il ritorno in Spagna

Dopo la vittoria del Mondiale del 2002 con il suo Brasile, Ronaldo lascia l’Inter per tornare a giocare nella Liga. Questa volta però alla corte del Real Madrid. Vi rimane fino al 2007, riuscendo finalmente a vincere un campionato. Sono molte le reti del Fenomeno con la maglia dei Blancos, ma non si può non ricordare la tripletta in Champions League all’Old Trafford contro il Manchester United nella stagione 2002-2003. È la notte di uno dei più grandi tributi di una tifoseria a un calciatore avversario: dopo il terzo gol di Ronaldo tutto lo stadio si alza in piedi per una standing ovation.

Ronaldo rossonero e gli ultimi anni in Brasile

Ronaldo Milano non l’ha mai dimenticata e nel gennaio del 2007 torna nella città meneghina. Questa volta però sponda Milan. I tifosi nerazzurri non la prendono bene, rimane memorabile la bolgia di fischi con cui viene accolto il brasiliano l’11 marzo 2007, giorno del derby di ritorno in casa dell’Inter, dove Ronnie segna l’1-0 rossonero, poi rimontato da Cruz e Ibrahimovic. I problemi fisici continuano a farsi sentire e nel dicembre del 2008 Ronaldo torna in Brasile dove terminerà la sua carriera tra le fila del Corinthias, dando l’addio al calcio dopo aver vinto praticamente tutto, anche due Palloni d’oro.

Ciò che rimane nel cuore dei tifosi e di chiunque lo abbia visto giocare è la sua abilità nel tenere il pallone attaccato alla suola. E poi il suo doppio passo. Lo hanno fatto in tanti, da Luis Figo con la sua eleganza a Cristiano Ronaldo. Ma nessuno è mai riuscito a farlo alla sua velocità. Alcuni anni fa, il dipartimento di Fisica dell’Università di Stanford, in California, studiò i movimenti del giocatore brasiliano. Ciò che ne emerse fu che nel 1997, con la maglia del Barcellona, Ronaldo riuscì e eseguire un doppio passo a 28 chilometri all’ora. Nessuno come lui, né prima né dopo. Anche per questo dieci anni fa, nel giorno della festa degli innamorati, il suo addio spezzò migliaia di cuori di appassionati di calcio, che però possono dire di aver visto giocare l’unico, inimitabile e originale Fenomeno.

di Martina Soligo


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