I sei minuti che cambiarono la vita di Ronaldo


Sono bastati sei minuti, solo sei per tornare all’inferno. Sei minuti per sentire di nuovo il dolore, le urla, la rabbia, la frustrazione. Sei minuti per essere travolti dalla consapevolezza che l’incubo è ricominciato.

È il 12 aprile del 2000. Finale di andata di Coppa Italia tra Lazio e Inter. Si gioca all’Olimpico in un ordinario mercoledì sera, ordinario almeno fino al minuto 19 della ripresa, quando il Fenomeno cade a terra, urla con tutto il fiato che ha in gola. Il ginocchio, di nuovo quel maledetto ginocchio.

Ma torniamo indietro.

Tutto era cominciato in un’altra stagione, in un altro stadio, in un’altra partita. È il 21 novembre del 1999, a San Siro. L’Inter batte il Lecce con un travolgente 6-0, ma Ronaldo inizia a zoppicare ed esce dal campo. Non è la prima volta che il ginocchio gli causa fastidio, i problemi iniziano a farsi sempre più frequenti. Proprio ora che ha finalmente sulle spalle il tanto desiderato numero 9, quello che gli ha ceduto Zamorano. Perché lui è il Fenomeno e per lui va bene scriversi sulla maglia “8+1”. Quel giorno di novembre la gioia del risultato del Meazza è presto oscurata dalla sentenza che allontana il brasiliano dal rettangolo verde: rottura parziale del tendine rotuleo a causa di una torsione innaturale del ginocchio. 

Per Ronnie è l’inizio di un lungo calvario personale fatto di operazioni, camici bianchi, fisioterapia ed esami. Centoquarantadue giorni di dolore e rabbia, con la preoccupazione costante di non poter più tornare a fare quello che ama. Ronnie va a Parigi, dove instaura con il chirurgo che lo opererà, il professor Gerard Saillant della clinica “Pitié-Salpetrière”, un rapporto bellissimo, tanto che gli dedicherà i due gol della finale del Mondiale vinto nel 2002. I cinque mesi di sofferenza dopo l’infortunio sarebbero dovuti finire quel 12 aprile 2000, Lippi lo aveva annunciato nella conferenza stampa pre-partita: “Se i medici dicono che Ronaldo può giocare un quarto d’ora sono sicuro che darà allegria e fiducia alla squadra. L’ho visto bene, può fare ottime cose”.

L’Inter sta vivendo un periodo nero. Solo quattro giorni prima ha perso 3-0 contro l’Udinese e si trova a 13 punti dalla Juve capolista. La medicina per il malumore generale che domina lo spogliatoio ha il nome di Ronaldo e Lippi è il primo che è pronto ad prenderla senza timore. Sente la panchina traballare e sa che ha bisogno del suo Fenomeno per poter rimanere alla guida dei nerazzurri.

Dopo soli 8 minuti Sedorf va in rete e sigla l’1-0 nerazzurro, ma il vantaggio interista è recuperato da Nedved al minuto 40. La gara si fa difficile, ma è ancora troppo presto per schierare l’attaccante brasiliano. Lippi freme, Ronnie pure e al rientro dagli spogliatoi, dopo l’intervallo, il Fenomeno inizia a scaldarsi con i tifosi accorsi a Roma che invocano il suo nome. Ancora però non è il momento. Il rischio è troppo alto. Ma al 7’ del secondo tempo Simeone porta in vantaggio la Lazio per 2-1 e il tecnico nerazzurro capisce che non può più aspettare. Ronaldo è chiamato a salvare la partita e, magari non il campionato, ma almeno la panchina di Lippi.

Possiamo solo immaginare il brivido, l’emozione di tornare a calpestare quell’erba dopo cinque interminabili mesi. Ronaldo si fa tre volte il segno della croce ed è pronto a far vedere che il Fenomeno è tornato.

Inizia a prendere confidenza con il suo corpo quando Couto lo travolge. Ronnie cade, ma si rialza: è ancora capace di assorbire le botte. L’arbitro si avvicina al portoghese, gli mostra il cartellino: “Così non si fa”. Passa un minuto e Ronaldo raccoglie palla sulla trequarti e prova a saltare due avversari. Destro, sinistro, destro, sinistro e ancora destro. Poi il crack. Qualcosa che si spezza. Ronnie cade a terra e tutto il dolore esplode in un urlo che ammutolisce le 40mila persone accorse allo stadio.

Nessuno dice una parola. Tutti hanno capito. Panucci ha le mani nei capelli. Lippi in panchina è paralizzato. Moratti si precipita negli spogliatoi scendendo tre gradini alla volta. Ronaldo si fa adagiare sulla barella e lascia il campo, piange sulla spalla del suo Presidente e prega solo che non sia tutto finito davvero. Il Fenomeno è di nuovo un paziente, dovrà affrontare di nuovo un calvario personale fatto di operazioni, camici bianchi, fisioterapia ed esami. Ne è consapevole mentre sale sull’aereo che lo avrebbe riportato a Milano. Ha riassaggiato il campo solo per sei minuti. Sei minuti per tornare all’inferno. Ma i campioni dall’inferno sanno risalire.

di Martina Soligo


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