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Zico, l'essenza del calcio

2 Marzo 2021   Alessandro Rimi

La storia del football ha saputo raccontare di eroi dalla faccia pulita, dal fisico esile e le movenze eleganti. Profeti del pallone a cui Madre Natura ha donato qualcosa in più, una visione di gioco totale e un talento che consente loro, in qualunque momento di ogni singola partita, di accendere una luce in mezzo al campo. Un passaggio in verticale, una punizione dal limite, un rapido gioco di gambe che mette fuori causa il marcatore.

Nato a Rio De Janeiro il 3 marzo 1953, Arthur Antunes Coimbra, più semplicemente noto come Zico, appartiene di diritto a questa categoria. Un ragazzo poco sopra il metro e 70, fisico nella media e un talento fuori dalla norma. Un numero 10 nell’epoca dei grandi numeri 10, il suo modo di esprimersi in campo era pari a quello di un’artista silente con la sua tela. Anche Zico, una pennellata alla volta, ha dato vita a un trionfo di colori, come il rosso e il nero del Flamengo, il verde e l’oro della Seleção, o il bianco e il nero dell’Udinese.

Nel giorno del suo addio, al Maracanà erano in più di centomila. Tutti lì a chiedersi come avrebbero fatto senza il loro uomo più importante, che diversi anni prima, in quel magico 1981, aveva preso per mano i torcedores per accompagnarli al giubilo di una Coppa Libertadores e una Coppa Intercontinentale. Come si poteva accettare l’idea che un gioiello da quasi 400 gol con il Flamengo potesse improvvisamente smettere di brillare? In un Paese come il Brasile poi, dove il calcio vuol dire davvero qualcosa più di uno sport, sconfina in un terreno di natura mistica, in cui uno del valore di Zico viene venerato al pari di un profeta.

Non un semplice giocatore, ma colui che una partita dopo l’altra permetteva a migliaia di persone di condividere emozioni irripetibili. Le sue performance assumevano ancora più valore per quella gente, in tanti tra loro vedevano i 90 minuti allo stadio come una parentesi felice all’interno di un’esistenza complessa. Sedersi sui seggiolini del Maracanà, osservare il proprio idolo all’opera e godere delle sue prodezze, era tutto ciò che chiedevano. Zico per loro è stato essenzialmente questo, la bellezza di un calcio che sapeva dare forza al suo popolo.

Non chiamatelo Pelé bianco

Salire alla ribalta dopo una generazione come quella di Pelé non è facile, indossare il numero 10 della nazionale brasiliana lo è ancora meno. A Zico toccò l’onore e onere di portare quella maglia, il destino gliel’aveva ricamata addosso fin dalla nascita. E a lui quel ruolo non dispiaceva affatto, ma ciò che non gli andava giù era il soprannome di Pelé bianco. Certo, O Rey aveva scritto la storia del calcio brasiliano, ma lui voleva scrivere la sua. Zico desiderava essere ricordato né più e né meno per ciò che era, in una valutazione spoglia da confronti scomodi o paragoni.

Il Brasile di Arthur Antunes Coimbra è stata una delle nazionali più forti nella storia del calcio mondiale. Basti pensare a Cerezo, Junior, Falcao e Socrates, che insieme a lui componevano l’anima di un gruppo che andava in rete quasi per osmosi. Il calcio che fluiva dai loro piedi era una sequela infinita di dribbling e incantevoli tocchi di palla. Un gruppo forse un po’ troppo innamorato di sé stesso, che alla fine non raccolse quanto avrebbe meritato in termini di talento.

Zico non riuscì mai a levarsi la soddisfazione di vincere un mondiale, sconfitto dall’Italia di Paolo Rossi nell’82 e dalla Francia di Platini nell’86. Forse doveva andare così, nel grande disegno della sua carriera non c'era spazio per una coppa del mondo. Un traguardo mai tagliato, un aspetto che non leva comunque niente alla sua grandezza.

"O Zico o Austria"

In molti a Udine pensarono si trattasse di uno scherzo. Il giocatore più forte del pianeta che sbarca in Friuli e sposa il progetto di una squadra ambiziosa sì, ma che negli anni precedenti non era andata oltre il sesto posto in Serie A. Follia anche il solo pensiero.

Il presidente dell’Udinese Lamberto Mazza però faceva sul serio, al sogno di Zico in maglia bianconera ci credeva per davvero. Nelle stagioni precedenti, sia il Milan che la Roma avevano mostrato un forte interessamento al giocatore, ma il Flamengo aveva resistito a qualunque offerta pur di non privarsi del suo fenomeno. Nell’estate del 1983 le cose però cambiarono, a trent’anni compiuti O Galinho aveva deciso che i tempi erano maturi per misurarsi nel calcio europeo.

La scelta ricadde sull’Italia e il prezzo giusto fu quello presentato da Mazza e dal suo DS Franco Dal Cin: 6 miliardi di lire per il cartellino del brasiliano. Una cifra che oggi farebbe quasi sorridere, considerato il giro d’affari che ruota intorno all’industria calcio, ma all’epoca rappresentava una spesa importante, specie per un club come quello friulano. Talmente importante da destare la preoccupazione del presidente della Federcalcio Federico Sordillo, che tentò di porre il veto sull’operazione. Le frontiere agli stranieri erano state riaperte solo tre anni prima, ma la Figc non sembrava poi così entusiasta a riguardo, tanto che anche la Roma si ritrovò coinvolta in un tentativo di boicottaggio al momento dell’acquisto di Toninho Cerezo.

A Udine si scatenò un’insurrezione popolare. In una piazza XX Settembre gremita, Mazza parlò apertamente di un’ingiustizia, un torto di fronte al quale non si sarebbe certo arreso. Tra la folla comparirono dei cartelli con la scritta “O Zico o Austria”, esibiti da coloro che avrebbero preferito l’annessione a un Paese straniero piuttosto che accettare quello che ritenevano un sopruso. La gente friulana aveva ormai abbracciato il sogno di vedere l’asso del Flamengo vestito di bianconero, e Dio solo sa quanto sia difficile scendere dal treno dei sogni una volta saliti. Alla fine il club vinse la battaglia, la stessa piazza che poco tempo prima era stata teatro di una protesta, si trasformò in un tempio della felicità a cielo aperto. Il re della festa era lui, Zico, omaggiato con una grande corona di fiori.

La sua parentesi italiana durò solo due anni, impressi ancora oggi nel cuore della gente in città. La prima stagione segnò 19 reti, arrivando a un solo gol di distanza da Michel Platini. La squadra dovette accontentarsi del nono posto, ma vedere all'opera lui e Franco Causio valeva di per sé il prezzo del biglietto. Le punizioni nei pressi del limite dell’area venivano accolte quasi come un rigore, tanta era la precisone di Zico nei tiri da fermo. Il suo magnetismo era palpabile a tal punto che una volta, al Cibali di Catania, in seguito a un fallo poco fuori area il pubblico di casa smise di tifare per la propria squadra e cominciò a gridare il suo nome. Lui rispose da fenomeno quale era, pennellando un calcio piazzato dei suoi che scavalcò la barriera e si infilò a mezza altezza alla destra del portiere. I tifosi siciliani esultarono all’unisono, come se a segnare fossero stati loro. Un inspiegabile momento di pura magia, che risiede nelle mani e soprattutto nei piedi di pochi eletti, quei campioni che con il loro modo di esprimersi sul rettangolo verde sanno mettere tutti d’accordo, a prescindere dalla fede sportiva.

O Galinho fece ritorno al Flamengo nel 1985, poi nel 1989 si trasferì in Giappone. Si accasò ai Sumitomo Metals (oggi Kashima Antlers) con l’intento di aiutare il movimento calcistico giapponese a crescere. Arrivato a quel punto era diventato una sorta di eroe dei tre mondi, profeta in patria e all’estero. Fra le sue ultime prodezze è doveroso citare “il gol dello scorpione”, una torsione aerea che lui stesso reputa la rete più bella della sua vita. La sua, più che una carriera è stata una lunga traversata, il cammino luminoso di un innamorato del pallone, congedatosi dalle scene solo una volta superati i 40 anni. Un uomo schivo e di rara intelligenza, che è riuscito a suo modo a tracciare un'impronta indelebile nella storia del calcio mondiale.

di Mauro Manca

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