“Sognando Beckham”


Quando il calcio femminile arrivò al cinema

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Una ragazza che lotta per realizzare il sogno di diventare una calciatrice professionista. Un poster in camera con il mito di sempre, David Beckham. Inizia così la trama di uno dei film che ha segnato una generazione di ragazzine con la passione per il pallone.

Sognando Beckham, pellicola del 2002 di Gurinder Chadha, è un mix perfetto di calcio, interculturalità, risate e un pizzico di romanticismo. Un film che anticipa i tempi, focalizzandosi sul calcio femminile, poco frequentato al cinema e solo recentemente balzato alle cronache dopo i Mondiali di Francia del 2019.

È la storia di Jess, ragazza indiana che ha come idolo David Beckham – all’epoca giocatore del Manchester United –, che si trova divisa tra la volontà di esprimere la sua passione per il calcio e l’obbligo di rispettare le tradizioni del suo Paese d’origine. Grazie all’amica Jules e all’allenatore Joe, la ragazza riuscirà a mettere ordine nella propria vita.

Fino a prima dell’incontro con Jules, Jess non hai mai messo piede in un vero campo da calcio. Essere all’improvviso catapultata in una realtà in cui le ragazze hanno a disposizione attrezzi per allenarsi, porte dove tirare e un mister che le guida, le sembra qualcosa di assolutamente irreale. Così come scoprire che anche le ragazze possono ambire a diventare delle professioniste.

È questo il modo in cui la regista indiana presenta il mondo del calcio femminile, in un’epoca – quella dei primi anni 2000 – in cui il fenomeno è sconosciuto ai più, soprattutto in Europa. Il punto di riferimento, ancora una volta, sono gli Stati Uniti. Jules rivela a Jess che in America esistono molte borse di studio per poter giocare a calcio, centri sportivi e persino una lega calcistica femminile. Tant’è che la nazionale femminile degli USA è già molto titolata.

Niente di più distante dalla realtà inglese (ed europea in generale). Nella terra natale del calcio non esiste il professionismo femminile. Il calcio è cosa da uomini. Un aspetto che emerge nella pellicola quando Jess e Jules notano che la loro squadra non ha un numero di tifosi paragonabile a quella maschile. O ancora nel travagliato rapporto tra Jules e la madre, una signora borghese il cui unico pensiero è avere una figlia a modo e possibilmente sistemata (non così distante, pensandoci, da quello che vogliono i genitori indiani di Jess), che non capisce come la figlia possa amare così tanto il calcio.

Insomma, al di là del risvolto divertente, della comicità che emerge e della storia in sé che risulta piacevole da guardare, Sognando Beckham per la prima volta mette in primo piano le calciatrici.

Ora pare quasi scontato, o per lo meno non così originale, vedere una ragazza con il pallone tra i piedi. Intendiamoci, passi avanti da fare ce ne sono moltissimi e i pregiudizi sono ben lontani dall’essere scomparsi. Ma nel 2020 i social hanno iniziato a farci vedere le calciatrici che si allenano, le emittenti tv trasmettono le loro partite. Il mondo ha iniziato a capire che esistono. Nei primi anni 2000 no. Tutto questo era impensabile.

E per le ragazzine che avevano davvero in camera un poster di Beckham, Shevchenko o Lampard – per citarne alcuni – vedere sullo schermo una storia come quella di questo film ha rappresentato un passo in avanti. Chiunque di loro poteva identificarsi in Jess o in Jules. E alla fine pensare di poterci credere davvero.

Siamo tutti d’accordo nel dire che questo film non ha cambiato nulla nella storia del professionismo femminile. Ma siamo altrettanto d’accordo nell’affermare che ha rappresentato un piccolo passo per focalizzare l’attenzione sul mondo del calcio femminile. Se i ragazzini, pochi anni dopo, guardavano le imprese di Santiago Muñez (Goal!) e sognavano di diventare come lui, per le ragazze ci sono state Jess e Jules. Loro che oggi potrebbero essere identificate con Sara Gama, Francesca Vitale o Regina Baresi. Loro che con un pallone tra i piedi si sentivano bene anziché inadeguate. E per una volta anche una ragazza guardando lo schermo poteva sognare di essere in quel rettangolo verde, anziché sugli spalti a fare il tifo come una comune cheerleader.

Martina Soligo


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