Steven Gerrard, semplicemente “il giocatore più importante della storia del Liverpool”


Quando staranno per terminare i miei giorni, non portatemi in ospedale, ma ad Anfield: qui sono nato e qui voglio morire.

Scegliere come cominciare a parlare di un calciatore del calibro di Steven Gerrard è tutto un lavoro d’istinto. Simbolo, bandiera, fuoriclasse, Liverpool, leggenda, Anfield. Il suo nome richiama immediatamente almeno una di queste parole. L’ immagine invece che il nostro subconscio seleziona naturalmente è quella del numero otto bianco su sfondo rosso. Un nome evocativo insomma, portatore di un concetto che nel calcio pare essere in disuso, l’attaccamento alla maglia. La bandiera finisce per essere ricordata per ciò che rappresenta, e Gerrard rappresenta Anfield, in tutto e per tutto, nel bene e nel male. L’Anfield del tutto è possibile, come in quella magica notte di Istanbul nel 2005, ma anche l’Anfield maledetto da un fato che non gli permette di vincere campionato per più di vent’anni. Gerrard è stato protagonista in ogni dinamica, divenendo storia sia nella foto raffigurante la Champions League alzata al cielo, sia in quella che lo vede per terra, disperato, dopo essere scivolato e aver concesso un goal fondamentale ai rivali per la vittoria del titolo nazionale. Esordio, consacrazione, vittorie e fallimenti, Steven Gerrard è senza dubbio il “Figlio di Anfield”

L’esordio

Nasce il 30 maggio 1980, a Liverpool ovviamente. Un colpo di fulmine tra città e il piccolo calciatore, che all’età di sette anni viene inserito nelle giovanili dei Reds. Gerrard cresce ed inizia a prendere le sembianze del centrocampista che tutti conosciamo, capelli rossi e maglia dentro i pantaloni. Si presenterà già così il giorno del suo esordio contro il Blackburn. E’ il 29 novembre 1998 quando il tecnico Gerard Houllier lancia il ragazzo nel calcio che conta.

“Il ragazzo si prende la scena ad Anfield”.

L’anno dopo la BBC dedicherà questo titolo al giovane Steven, autore del suo primo goal contro lo Sheffield Wednesday. Non un goal qualsiasi, ma un goal da predestinato. Supera dalla trequarti due difensori in velocità e piazza la palla nell’angolo più lontano.

E’ la sua seconda stagione da professionista ma è già uno dei punti cardine della squadra. Avviene tutto molto velocemente per il figlio di Anfield. Con l’apertura del nuovo millennio arrivano i suoi primi trofei. Coppa d’Inghilterra, Coppa di Lega Inglese, Community Shield, Coppa Uefa e Supercoppa Uefa. Una stagione tranquilla insomma. Con un inizio tanto prepotente, la consacrazione è solo questione di tempo, e anche in questo caso non ne passa molto.

Nel 2003 Houllier insiste affinché la fascia da capitano venga affidata al precoce Steven Gerrard. Il giovanissimo leader dei Reds è ora l’immagine che tutti noi avvistiamo naturalmente udendo il suo nome. Fascia al braccio, numero otto bianco su sfondo rosso e maglia nei pantaloncini. La bandiera di Anfield è pronta.

Stagione 2004-2005

E’ una stagione di novità per i Reds, pronti ad accogliere un nuovo promettente allenatore, Rafael Benitez. E’ il momento più importante per la carriera di Gerrard, e di conseguenza, anche per la storia del Liverpool, che ha sempre alternato nel proprio vissuto gioia e dolore. Il capitano, come già accennato, è il primo esponente delle suggestioni di casa Anfield, anche quando queste son di carattere negativo. A inizio di quella stagione, infatti, un infortunio lo terrà lontano dai campi, fino a quando la necessità della sua presenza non diviene questione di vita o di morte. E’ Liverpool- Olympiakos, ultima giornata dei gironi di Champions. Ai padroni di casa serve una vittoria con due goal di scarto per passare, ma dopo pochi minuti gli ospiti passano in vantaggio con Rivaldo. Servono tre goal, già… L’uno a uno arriva poco dopo la ripresa con Sinama-Pongolle. Dieci minuti alla fine e ne servono ancora due. Il goal del 2-1 di Neil Mellor è un barlume di speranza per Anfield, pronto ad esplodere da un momento all’altro. Ad azionare il detonatore per l’implosione finale non può che essere lui, Steven Gerrard. Una delle sue cannonate di collo spedisce il pallone sotto l’incrocio. Il Liverpool può continuare il cammino verso Instabul.

La finale, come ben sappiamo, somiglia molto alla partita contro l’Olympiakos, con qualche elemento un po’ più emozionante. Ci si gioca la Champions e gli avversari sono il Milan di Ancelotti. Sarà una partita senza alcun senso logico. Inutile ricordare nei dettagli l’evento, ferita ancora aperta per molti milanisti. Basta sapere che a iniziare la rimonta sul 3 a 0 del Milan fu sempre lui, il numero otto dei Reds e sempre lui alzò la coppa al cielo. Ancora una volta il Liverpool prende la sua immagine e la deposita nella storia del club.

Un’intesa speciale.

“Nella mia carriera non ho mai trovato e mai troverò un giocatore che capisce il mio gioco come lo capiva Gerrard.”

Una coppia di cui se ne parla poco, troppo poco. Si perché insieme erano un qualcosa di devastante. A pronunciare quelle parole è niente po’ po’ di meno che Fernando Torres. Arrivato ad Anfield nella stagione 2007/2008 trova in Steven il compagno ideale. Il capitano rosso, padrone assoluto del centrocampo, segna e fa segnare il biondino arrivato dall’Atlhetico Madrid. Nella stagione successiva saranno la miglior coppia d’Inghilterra. Nonostante ciò il campionato rimane impregnato della maledizione che avversa contro i Reds. L’ultima giornata coronerà il Manchester United. Qualche immagine per rendere l’idea di cosa stiamo parlando…

Lo scivolone.

27 aprile 2014. Il figlio di Anfield entra nuovamente nella storia, in questo caso per un gesto accidentale che avrebbe preferito non compiere. La prova finale che lo scudetto per il Liverpool di Steven Gerrard non sa da fare. I Reds devono vincere in casa contro il Chelsea per aggiudicarsi il titolo, ma dopo pochi minuti dal fischio iniziale il capitano scivola nel ricevere palla da ultimo uomo, lasciando Demba Ba solo davanti al portiere. La partita si concluderà per 0 a 2 e anche in questo caso nell’immagine emblematica di quella disfatta Gerrard è il protagonista.

Si può dire che abbia toccato ogni apice emotivo con quella maglia rossa. Questo fa parte di quegli attimi, come lo è stato vincere la Champions e come è stato perdere la Champions in finale due anni dopo. Annate buone e annate deludenti, calciatori come Suarez e Fernando Torres e persino come Mario Balotelli. Lui è sempre stato lì, presente, immobile come lo sono i pilastri che reggono Anfield. Lui che è l’ultima bandiera del calcio inglese.

Abascià Domenico


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