La trilogia del bidone: anni 2000


Torna la trilogia del bidone. Ci eravamo lasciati con la flop 11 degli anni ’90, una formazione dell’orrore che abbiamo composto selezionando alcuni tra i peggiori giocatori passati nel nostro massimo campionato nell’arco di un intero decennio. Il viaggio attraverso la costellazione del bidone prosegue, stavolta andando a esplorare gli albori del terzo millennio. Per il nostro ipotetico schieramento dei (brutti) sogni, abbiamo preso in esame i calciatori che hanno militato in Serie A nel primo decennio degli anni 2000.

Bisogna ammettere che più i ricordi diventano freschi, più nomi riaffiorano nella memoria e più risulta difficile scegliere tra un bidone e l’altro. Erano davvero tanti in questo caso gli ambasciatori del (non) bel gioco meritevoli in un posto nella top/flop 11. Come sempre ci siamo trovati a dover operare delle decisioni dolorose. Siamo comunque abbastanza sicuri che gli esclusi non se la prenderanno poi tanto.

Portiere

Fabian Carini: a voler usare un eufemismo, nel 2000 la Juventus non si riteneva poi così soddisfatta del rendimento in campo di Edwin Van Der Sar. Al contempo dall’Uruguay si rincorrevano voci su un giovane funambolo tra i pali, un certo Fabian Carini ritenuto da molti un predestinato. Secondo alcuni un serio candidato a entrare nella lista dei portieri sudamericani più forti di sempre. La Vecchia Signora non si lasciò sfuggire l’occasione e decise di prelevarlo dal Danubio e portarlo a Torino. In pratica però il ragazzo non mise mai piede in campo, complice anche il fatto che l’anno dopo i bianconeri prelevarono dal Parma un certo Gianluigi Buffon.

Il nome di Carini divenne famoso per i motivi sbagliati, a causa di un’operazione di mercato che lo coinvolse nel 2004. La Juventus lo cedette all’Inter in cambio di un Fabio Cannavaro considerato ormai giunto all’autunno della carriera. Risultato? Cannavaro campione del mondo e pallone d’oro nel 2006, Carini un ectoplasma tra le file dell’Inter. Il club milanese pur di liberasene lo cedette in prestito al Cagliari. In Sardegna giocò appena 8 dimenticabili partite prima di fare ritorno alla base. Da buon bidone può comunque vantare la vittoria di uno scudetto dalla tribuna nel 2007, mica pizza e fichi. 

Difesa

Vratilslav Gresko: basta anche solo il nome del terzino slovacco a provocare l’orticaria ai tifosi dell’Inter. Il suo nome non rievoca un semplice bidone, ma è tragicamente legato al 5 maggio 2002 e a quel 4-2 dell’Olimpico con cui la Lazio spense i sogni tricolore della beneamata. Il sanguinoso intervento che permise a Poborsky di segnare la rete del momentaneo pareggio è una macchia indelebile nel suo curriculum calcistico. Nonostante ciò, interpellato tempo dopo sulla vicenda ha dichiarato di sentirsi a posto con la coscienza:

“Per quella sconfitta serviva un capro espiatorio e hanno dato la colpa a me. Io a Milano cammino a testa alta”.

Certo non si può imputare a Gresko l’intera paternità di quella clamorosa sconfitta che consegnò lo scudetto alla Juventus. Il problema è che anche a voler trovare qualcosa di positivo nella sua avventura nerazzurra si fa davvero fatica. Un assist per un gol di Recoba al suo esordio in una vittoriosa sfida casalinga contro la Roma e poi poco, anzi pochissimo altro. Vivrà una breve parentesi al Parma l’anno successivo prima di cercare fortune altrove, ben lontano dal campionato italiano. 

Athirson: uno dei tanti, troppi “nuovi Roberto Carlos” di quegli anni. Così come Sorìn, anche il bidone Athirson atterrò sul pianeta Juventus su consiglio di Omar Sivori, che in quegli anni agiva da talent scout per conto della Vecchia Signora. Approdato a Torino nel febbraio del 2001 dopo una complessa trattativa col Flamengo, la sua stagione cominciò con un pareggio casalingo contro il Brescia, risultato che complicò la corsa scudetto della squadra bianconera.

Le successive presenze non fecero scorgere nemmeno il miraggio di quel terzino che avrebbe dovuto seminare il panico nella corsia di sinistra. Il tecnico Ancelotti gli preferì quasi sempre il più esperto Paramatti, concedendogli giusto qualche scampolo di gara. Venne rispedito in Brasile nel gennaio del 2002, in prestito al suo Flamengo. La Juventus, pur di non ritrovarselo più tra i piedi, pagò una penale di 2,3 milioni di euro per esercitare la rescissione anticipata del suo contratto.

Sorondo: altro ex bidone nerazzurro. Certo, l’Inter in quei folli primi anni 2000 spendeva davvero tanto, il presidente Moratti ci teneva sul serio ad allestire una rosa all’altezza di competere con tutti sia in Italia che in Europa. Tanta generosità può però esporre a dei rischi, come per esempio Gonzalo Sorondo Amaro, più semplicemente Sorondo. Nel 2001 l’Inter pur averlo in rosa vinse persino la concorrenza del Real Madrid, a cui strappò il difensore versando 18 miliardi di lire nelle casse del Defensor Sporting.

I tifosi nerazzurri erano convinti di trovarsi di fronte a un nuovo baluardo della retroguardia, ma alcuni mesi e diverse figuracce dopo cambiarono decisamente idea. Sorondo collezionò pessime prestazioni come figurine e scivolò lentamente nelle gerarchie del tecnico Hector Cuper. Dopo due anni amari come il suo nome venne ceduto in prestito a qualunque squadra lo richiedesse in giro per l’Europa. Qualsiasi destinazione sarebbe andata bene pur di impedirgli di rimettere piede ad Appiano Gentile. Dopo tre stagioni in Premier League, nelle quali le squadre che lo acquistarono a malapena si accorsero di averlo in rosa, fece ritorno in Uruguay. 

Centrocampo 

Ma Mingyu: sorvolando sulle facili ironie che un nome del genere potrebbe sollevare, qui siamo di fronte al primo bidone, hem giocatore cinese nella storia della Serie A. Il Perugia del recentemente scomparso presidente Gaucci lo portò in Italia per un miliardo di lire. Il patron della squadra umbra durante quegli anni si lanciò in diversi investimenti, per così dire, anticonvenzionali, come avremo modo di vedere anche nella parte dedicata al reparto avanzato.

Andò bene con il giapponese Nakata, perché mai non sarebbe dovuto accadere altrettanto con un talento proveniente dalla terra della Grande Muraglia? Mingyu all’epoca si presentò come 27enne, ma diverse fonti rivelarono in seguito che in realtà aveva almeno 4 o 5 anni in più rispetto a quelli dichiarati. Non a caso negli spogliatoi i compagni erano soliti chiamarlo affettuosamente “Nonno”. Appena approdato in Italia fece sfoggio di tutta la sua modestia dichiarando:

“Se Del Piero viene chiamato Pinturicchio, io voglio essere Michelangelo”.

Insomma, a quanto pare al nonno non faceva certo difetto la spavalderia, una sicurezza nei propri mezzi che però sbadatamente dimenticò di portare in campo. La sua esperienza a Perugia fu un totale disastro, solo un’amichevole estiva giocata e zero presenze in campionato. All’allenatore Serse Cosmi non venne mai nemmeno in mente l’idea di schierarlo. In allenamento il divario tecnico tra lui e i compagni era tale da rendere imbarazzante anche solo l’ipotesi di fargli allacciare gli scarpini. Nel 2001 Gaucci lo impacchettò alla bene e meglio e lo rispedì in Cina con tanti saluti.

Vampeta: un bidone campione del mondo. Era nella rosa del Brasile che nel 2002 trionfò in Giappone e Corea, anche se il ricordo della sua presenza è più che altro legato alla sbronza colossale che prese durante la visita del presidente della Repubblica brasiliano alla nazionale. Marcos André Batista Santos, meglio noto come Vampeta, approdò nel 2000 alla corte dell’Inter, sponsorizzato niente di meno che Ronaldo. Il “fenomeno” e il centrocampista avevano infatti giocato insieme ai tempi del PSV.

Si presentò come centrocampista duttile, in grado all’occorrenza di coprire anche le corsie esterne. Sia Marcello Lippi che Marco Tardelli preferirono però schierarlo ancora più esterno, possibilmente fuori dal campo, magari in tribuna. Una sola presenza in campionato per il brasiliano costato ben 30 miliardi di lire, divenuto più famoso per lo sguardo da piacione e il baffo da sparviero che per le sue prestazioni sul rettangolo verde. Prima di far ritorno in Brasile passò pure per Parigi in prestito, ma nemmeno col PSG riuscì minimamente a incidere in campo. Si lamentò sia di Milano che della capitale francese, dichiarando che per vivere preferiva luoghi come le spiagge di Bahia. L’Inter non ci mise molto ad accontentarlo, inserendolo in una trattativa che permise al club nerazzurro di scambiarlo con un giovane Adriano. 

Gaizka Mendieta: qui occorre una premessa. Con la maglia del Valencia dal 1992 al 2001 Mendieta si mise progressivamente in mostra come uno dei centrocampisti di qualità più forti d’Europa. Esprimendosi da autentico leader della mediana, con la squadra spagnola raggiunse due finali di champions consecutive. Purtroppo per lui non riuscì mai a sollevare al cielo la coppa dalle grandi orecchie, ma in entrambe le occasioni venne eletto miglior centrocampista del torneo.

Non fu quindi colto da improvvisa follia il presidente della Lazio Cragnotti quando decise di offrire al Valencia 90 miliardi di lire per il cartellino di Mendieta. Tra l’altro, proprio in quegli anni diversi club italiani erano soliti spendere cifre folli durante le finestre di mercato. Mendieta si unì alla causa biancoceleste ma né Dino Zoff né Alberto Zaccheroni riuscirono mai trovargli una collocazione adeguata sul terreno di gioco. Di quella mezz’ala che al Valencia faceva scintille non si vide nemmeno l’ombra, un flop senza precedenti specie alla luce della cifra sborsata dal club. E chi se lo aspettava che proprio lui, così forte e determinante in terra spagnola, si sarebbe rivelato un bidone in Italia?

La sua avventura con la Lazio si concluse dopo una sola stagione, la società lo sbolognò al Barcellona che poi lo avrebbe in seguito ceduto al Middlesbrough. Dopo 5 stagioni in premier terminò la sua carriera sportiva per cominciarne un’altra, quella da Dee-Jay. Con le cuffie alle orecchie e “scratchando” a più non posso siamo sicuri che avrà dimenticato in fretta la sua infelice avventura romana.

Lucas Martin Castroman: rimaniamo in casa Lazio per parlare di un altro elemento della mediana, un signor bidone che però almeno in un’occasione riuscì a scaldare il cuore del popolo delle aquile. Divenne un idolo dei tifosi nell’aprile del 2001, quando segnò a tempo quasi scaduto la rete del 2-2 contro la Roma. Il resto della sua esperienza italiana non se la ricorda nessuno o quasi. Un apporto alla causa impreziosito da appena 4 gol complessivi, ma impoverito da tanti errori in fase di possesso.

Forse per merito di quel gol nel derby la Lazio resistette alla tentazione di cederlo in prestito dopo una sola stagione, ma dopo due non ne potè più. Castroman finì in Friuli, dove fu l’Udinese a poter godere delle sue prestazioni. Coi bianconeri segnò un gol in 20 presenze, guarda caso alla Lazio. Impresa non facile danneggiare una squadra sia da componente della rosa che da avversario. Tornò mestamente al Velez nel 2004 e di lui non si sentì più parlare, se non per rievocare quel celebre gol alla Roma.

Attacco

Mido: il faraone di Roma prima di Salah ed El Shaarawy, ma che alla fine si rivelò piuttosto “il bidone d’Egitto”. Ai tempi dell’Ajax, Mido e Zlatan Ibrahimovic si segnalarono come una sorta di versione moderna e multietnica dei gemelli del gol. Oggi è superfluo sottolineare che tipo di carriera abbia fatto uno e come sia poi finito l’altro. All’epoca però se ne diceva un gran bene, tanto che la Roma nel 2004 gli offrì un contratto di cinque anni da quasi due milioni a stagione. Le aspettative sul ragazzone del Cairo erano alte, un centravanti moderno, ambidestro e dotato di buona tecnica. In poche parole l’innesto ideale per una squadra che era ancora in cerca di un erede di Batistuta.

Purtroppo per i giallorossi l’egiziano si rivelò un pacco clamoroso. Non vide mai la porta nemmeno per sbaglio nelle pur poche presenze in campo che gli vennero concesse. La Roma lo mandò perfino in prestito al Tottenham sperando che l’esperienza inglese potesse rigenerarlo. Mido con la maglia degli Spurs andò in doppia cifra di gol, a quel punto il club giallorosso lo riabbracciò con ritrovato entusiasmo sperando che potesse essere la volta buona. E invece niente, non percepito anche a causa di diversi infortuni che ne condizionarono la carriera. Tornò di nuovo al Tottenham, stavolta a titolo definitivo, giocando male pure lì. In seguito iniziò come un fantasma a girovagare per l’Europa, infestando tutte le squadre nelle quali militò. Dopo tutto si sa, da faraone e mummia il passo è breve. 

La frustrazione di Mido in nazionale, proprio non gli andava giù l’idea di uscire dal campo. Il giocatore che lo sostituì, Amo Zaki, segnò due minuti dopo.

Ricardo Oliveira: davvero difficile scegliere in casa Milan tra lui e Javi Moreno, l’attaccante spagnolo che il club rossonero pagò ben 30 miliardi di lire nel 2001. La nostra preferenza alla fine è ricaduta su Ricardone per un semplice motivo: su di lui, nel 2006, vennero riposte le speranze dei tifosi rossoneri in qualità di erede di Andriy Shevchenko. L’ucraino aveva appena salutato Milano per accasarsi al Chelsea di Roman Abramovic.

Un esborso da 17 milioni di euro per portarlo a Milanello, il precampionato del brasiliano lasciò ben sperate i tifosi. Dopo averlo visto muoversi bene e andare a segno nelle amichevoli estive, in tanti si convinsero della bontà dell’acquisto di Adriano Galliani. La stagione però, nonostante un gol di testa all’esordio contro la Lazio, raccontò un’altra realtà. Segnerà appena altri due gol in totale, ne sbaglierà molti di più e soprattutto non si integrerà mai negli schemi rossoneri. Carlo Ancelotti gli concesse 26 presenze in campionato, ma non ci fu verso di scuoterlo dal torpore.

Nella sua bacheca può vantare la Champions League che il Milan conquistò nel 2007, nonostante non fosse nemmeno in panchina nella finale contro il Liverpool. Dopo un solo anno andò a giocare al Real Saragozza e ritrovò il feeling col gol. Con grande gioia del Milan, l’anno dopo il club spagnolo decise di riscattarlo. 

Gheddafi Junior: qui si trascende l’essenza stessa del bidone. Il passaggio nel nostro campionato di Saadi Gheddafi, figlio del leader della Libia, sfocia quasi nel grottesco, una di quelle pagine di sport da chiudere col chiavistello nello stanzino degli imbarazzi. Come detto anche prima per Ma Mingyu, il Perugia di Gaucci in quegli anni abituò tutti ai suoi acquisti un po’ naif. Investimenti al limite del bizzarro, che in alcune occasioni si rivelarono (quasi) azzeccati, in tante altre decisamente meno.

Non è dato sapere quali intrecci politici scattarono per far sì che nel 2003 il figlio di un dittatore dall’indubbio talento (nel senso che non esistevano dubbi sul fatto che non ne avesse) approdasse nel campionato italiano. Disagio generale nel giorno della sua presentazione, una squalifica per positività al nandrolone da scontare, il rampollo dei Gheddafi fece il suo esordio a diversi mesi dal suo arrivo in Italia. Giocò la bellezza di 13 imbarazzanti minuti contro la Juventus, squadra di cui era anche tifoso. Toccò forse uno o due palloni per puro caso, giusto perché si trovava nelle vicinanze. Non apportò ovviamente nulla di positivo alla causa del Perugia, che al termine della stagione sarebbe retrocesso in serie B.

Incredibile ma vero, rimase in Italia sia l’anno successivo che quello dopo. Udinese e Sampdoria poterono godere rispettivamente delle sue performance, che a giudicare dalle cronache di quegli anni si consumarono prevalentemente fuori dal campo. Il giovane Saadi faceva la bella vita, se la godeva insomma. Tutto ciò tralasciando il minuscolo particolare che si trovasse da quelle parti, almeno in teoria, in qualità di calciatore professionista.

Menzioni (dis)onorevoli

Nella storia dei bidoni passati in casa Juventus il portoghese Tiago rappresenta un caso particolare. La Signora lo attese per tre anni, munendosi della la stessa pazienza con la quale si aspetta un miracolo, ma la sua esplosione tecnica non arrivò mai. Il centrocampista avrebbe poi trovato la sua dimensione a Madrid sponda Atletico, regalando sprazzi di bel gioco che non fu mai in grado di mostrare durante la sua avventura bianconera.

Anche il Milan prese un bel granchio in mezzo al campo nel 2004, quando decise di tesserare il francese Vikash Dhorasoo, votato come miglior giocatore della Ligue 1 con il Lione, ma poco più di una comparsa in rossonero. Per la cronaca oggi è un giocatore di poker semi professionista e si è persino buttato in politica, intenzionato a diventare sindaco di Parigi.

Ma è tra gli attaccanti che il nostro campionato ha dato il meglio (o il peggio a seconda dei punti di vista) di sé durante il primo decennio del 2000. La Fiorentina venne sedotta e poi delusa dal fascino di Javier Portillo, prospetto del Real Madrid che pareva destinato a grandi cose in maglia viola, ma che dopo un solo gol in 11 presenze fece mestamente ritorno alla base con addosso l’etichetta del bidone.

Ad Ancona ancora si mangiano le mani per la fiducia concessa nel 2004 a Mario Jardel, che tanto bene aveva fatto con le maglie di Porto, Galatasaray e Sporting Lisbona, segnando sempre gol a valanga. Il bomber brasiliano però si presentò in Italia visibilmente in sovrappeso e in una condizione fisica al limite dell’inguardabile. Per lui appena tre presenze con la maglia dell’Ancona, l’inizio del declino di una carriera che non sarebbe mai più tornata ai fasti di un tempo.

Ci sarebbe anche un altro bidone in casa Juve, che arrivò a cavallo tra i due secoli, vale a dire Juan Eduardo Esnáider: firmò con i bianconeri per sopperire alla pesante assenza di Alessandro Del Piero, che a Udine aveva rimediato il peggior infortunio della sua carriera. L’argentino concluse la sua esperienza juventina con zero gol in 16 presenze (come i miliardi che la Juve spese per acquistarlo). Insomma un pacco coi fiocchi, ovviamente venne ceduto l’anno successivo, destinazione Real Saragozza.

La lista potrebbe proseguire all’infinito, come sempre siete invitati a segnalarci altri calciatori degni di nota capace di disgustare i palati di tifosi e amanti del calcio durante i primi dieci anni del terzo millennio.


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