Un fenomeno chiamato Kobe Bryant. La vita, la carriera, la scomparsa


Joe Bryant era un sognatore. Fisico e talento in abbondanza, 208 centimetri di puro idealismo applicato al basket. Fin dai tempi della John Bartram high school, i suoi allenatori volevano che giocasse vicino al ferro; rimbalzi, movimenti da post basso, tanto lavoro sporco e tutta una serie di intangibles di chi adempie alla manovalanza del gioco lasciando agli esterni le luci del palcoscenico. Lui però proprio non voleva saperne, Joe la palla voleva averla in mano, le azioni d’attacco desiderava propiziarle dando sfogo al suo estro e alle sue doti di playmaking. Il canestro preferiva averlo davanti agli occhi e non di spalle come un pivot qualsiasi. In poche parole, Joe era un umile precursore di un uomo che di lì a pochi anni avrebbe dimostrato al mondo che sì, una point guard può anche superare i due metri d’altezza. Quel signore all’anagrafe è Earving Johnson Junior, ma tutti lo conoscono come Magic, il frontman dello showtime targato Lakers negli anni’80.

È singolare che uno come Joe Bryant sia venuto fuori dai playground di Philadelphia. È come se un prodotto della West Coast, cresciuto sui playground disseminati per Venice Beach, venisse di colpo trapiantato nella Città dell’amore fraterno. Da quelle parti i campi di periferia parlano lo slang delle storie tormentate, ragazzi cresciuti tra le polveri dei drammi familiari, bollette scadute, avvisi di pagamento e violenze domestiche. Le partitelle 3vs3 sui quei rettangoli di cemento non concedono sconti a nessuno, per chiamare un fallo come minimo devi riportare una frattura al polso o una lussazione alla spalla. Dalla scuola di Phila uscivano quelli tosti insomma, i duri alla Rasheed Wallace o alla Earl Monroe, ma non certo uno come Joe, talmente ghiotto di caramelle gommose da guadagnarsi il soprannome di Jellybean. Eppure, la storia d’amore tra i Bryant e la pallacanestro comincia da lì, dalla Pennsylvania e dalla sua città più rappresentativa.

Terminata l’high school nel 1973, Joe scelse di proseguire la sua formazione nella vicina La Salle University, dove trovò trovo come allenatore un altro nativo di Philadelphia, un certo Paul Westhead, in quello che si può definire uno strano intreccio del destino. Il coach degli Explorers (così era chiamata la squadra del college) non poteva certo immaginare che alla fine degli anni ’70 il collega Jack McKinney gli avrebbe proposto di fargli da assistente sulla panchina dei Los Angeles Lakers. Così come non poteva sapere che di lì a pochi mesi il povero McKinney si sarebbe ritrovato vittima di un incidente che lo avrebbe costretto a dare forfait, un episodio che gli srotolò davanti, come un tappeto rosso, l’opportunità della vita. Improvvisamente Westhead divenne capo allenatore di una squadra le cui stelle erano Kareem Abdul Jabbar e un giovane Magic Johnson. Ironia della sorte, un semplice allenatore di college nel 1980 traghettò i Lakers verso il titolo Nba, guarda caso in finale contro Philadelphia.

Proprio in concomitanza col suo arrivo, la franchigia venne acquisita dall’eccentrico imprenditore immobiliare Jerry Buss, un uomo destinato, nei decenni a seguire, a segnare in positivo la storia gialloviola. Quando nel 1981 sorsero delle divergenze di natura tattica tra Magic e Westhead, Buss si ritrovò di fronte a una scelta: la stella della squadra in ascesa o l’allenatore? Buss scelse la stella in ascesa, licenziò Westhead e lo sostituì con l’allora poco noto Pat Riley. A chiusura del cerchio, alla fine degli anni ’90 Jerry Buss sarebbe diventato il datore di lavoro del figlio di Jellybean, l’uomo allenato da Westhead ai tempi del college. Una serie d’incroci degna di una trama alla David Lynch, ma che alla fine è solo una bella storia di sport americano.  

Kobe

Verso la fine degli anni ’70 Joe e la moglie Pamela diedero alla luce due bambine: Sharia e Shaya, nate rispettivamente nel 1976 e nel 1977. Scelte anagrafiche poco gradite dalla mamma di Joe, che aveva pregato il figlio di chiamare con un nome convenzionale almeno al terzogenito in arrivo. La speranza della donna venne definitivamente vanificata nel corso di una sera trascorsa dalla coppia in un ristorante di King of Prussia, località poco a nord di Philadelphia. Joe e Pam furono entusiasti della cena, apprezzarono in particolare una bistecca di kobe, bovino tipicamente utilizzato nella gastronomia giapponese. Gradirono a tal punto quel taglio di carne e quel nome da decidere che il figlio maschio, in arrivo di lì a pochi mesi, si sarebbe chiamato proprio in quel modo. Detto fatto: il 23 agosto del 1978 venne al mondo il loro terzo e ultimo figlio, Kobe Bean Bryant.

L’Italia

Il piccolo Kobe comincia a tenere tra le mani un pallone da basket a soli tre anni, quando papà Joe è un giocatore degli allora San Diego Clippers. Le ultime due stagioni Nba, Jellybean le trascorre invece con la maglia degli Houston Rockets, prima di decidere, alla soglia dei trent’anni, di cercare fortuna in Europa. La scelta ricade sull’Italia, più precisamente sulla Sebastiani Rieti, società che vanta un passato glorioso culminato con la Coppa Korak del 1980, ma che in quel preciso momento storico milita in serie A2. Il duo di americani è composto da Joe e dal centro Dan Gay, prodotto della Florida che in seguito si sarebbe innamorato dell’Italia a tal punto da prendere la cittadinanza, sposare un’italiana e trascorrere l’intera carriera nel Belpaese. Nelle sue due stagioni rietine Joe supera abbondantemente i 30 punti di media, gioca poi un anno a Reggio Calabria con la Viola (dove registra un career high di 69 punti contro la Facar Pescara) e due con l’Olimpia Pistoia, prima di trasferirsi alla Reggiana in quella che sarà la sua ultima tappa tricolore.

Per ragioni anagrafiche, il periodo vissuto a Reggio Emilia è quello che Kobe ricorderà più nitidamente della sua parentesi italiana. Già da un po’ di tempo aveva iniziato ad attirare l’attenzione su di sé, anche solo palleggiando e tirando durante gli intervalli delle partite del padre. In tanti nell’ambiente parlavano del figlio di Joe, che nei tornei giovanili faceva letteralmente ciò che voleva e premeva per poter già giocare coi più grandi. In quei frangenti si poteva già intuire il livello di competitività che animava quello che allora era poco più di un bambino, citato perfino sulla rivista “I Giganti del Basket”. Un box a margine di un articolo dedicato al papà, nel quale si parlava di un ragazzino palesemente al di fuori della portata dei suoi pari età, sia a livello tecnico che fisico. Insomma, un piccolo predestinato.

In quegli anni le reti tv italiane si affacciavano per la prima volta al pianeta Nba, la telecronaca era quella del leggendario coach Dan Peterson. Per Kobe il palinsesto televisivo nostrano non era però abbastanza, non bastava a saziare la sua voglia di pallacanestro d’oltreoceano. Periodicamente, i nonni gli spedivano un pacco contenente delle vhs in cui erano registrate alcune tra le sfide più interessanti mandate in onda dalla tv americana. Tra tutte le squadre della lega a stelle e strisce Kobe si sentiva particolarmente ammaliato dai Lakers, senza dubbio la sua preferita, quella di cui un giorno avrebbe desiderato indossare i colori.

L’High School

Gregg Downer disponeva già di qualche informazione su quel ragazzino. Ai tempi sfiorava il metro e 90, frequentava la Bala Cynwyd Junior High e nelle poche partite ufficiali giocate aveva semplicemente dominato. Ciò nonostante il coach di Lower Merion voleva prima vederci chiaro, osservarlo all’azione. Una volta resosi conto di trovarsi al cospetto di un fuoriclasse, gli mise in mano le chiavi della squadra.

Lower Merion non era certo nota per la tradizione cestistica, la stragrande maggioranza degli studenti erano bianchi e di elevata estrazione sociale. La vittoria di un titolo statale non si vedeva dal 1943, la classica sfida impossibile che Kobe già ai tempi sentiva come parte del suo dna. Il primo anno non andò benissimo, un infortunio al ginocchio lo costrinse lontano dal campo e la squadra vinse la miseria di 4 partite. Durante l’estate del 1993 Bryant lavorò sui fondamentali, crebbe ulteriormente in altezza e si ripresentò ai nastri di partenza della stagione visibilmente maturato. Lower Merion vinse 16 partite su 22, così come circa 22 furono i suoi punti di media.

Si accorse di lui anche l’Adidas, che lo convocò a un camp alla Farleigh Dickinson University, nel New Jersey. I ragazzi presenti erano davvero tanti, talmente tanti che per distinguerli venne consegnata a ognuno di loro una maglia con un numero. Il destino assegnò a Kobe il 143, cifre che sommate singolarmente danno come risultato 8. Ai Lakers avrebbe scelto proprio l’8 in omaggio a quella esperienza, non potendo avanzare pretese sul 33, suo numero in high school, ritirato dai gialloviola poiché appartenuto a Kareem Abdul-Jabbar. Una volta concluso quel camp non era più un semplice numero, era diventato Kobe Bryant, un nome che gli scout avrebbero fatto bene ad appuntarsi sul taccuino. Uscito da lì, il ragazzino di belle speranze aveva lasciato il posto a una delle promesse più luminose del basket giovanile americano.

Vinse anche la sua prima sfida impossibile, conducendo Lower Merion alla conquista del campionato statale e colmando quella lacuna che mancava dai tempi della seconda guerra mondiale. Era ormai diventato una piccola stella, le partite in casa della sua squadra andavano in scena nell’iconico impianto di The Palestra, a Philadelphia. A vederlo giocare si presentavano oltre 8000 persone ogni sera, un delirio quasi degno di ciò che sarebbe avvenuto alcuni anni più tardi con LeBron James alla St.Vincent-St.Mary. Durante i playoff statali del 1996 Bryant segnò il canestro della vittoria contro Coatesville, la squadra in cui militava Richiard Hamilton, uno con cui avrebbe avuto modo di confrontarsi anche in Nba negli anni a venire. La finale contro Erie Cathedral Prep terminò 48-43, fu la prima di una lunga serie di vittorie firmate dal figlio di Jellybean che ormai, era chiaro per chiunque, sarebbe diventato molto più forte del papà.

Il draft

Diplomato, 18 anni ancora da compiere, 198 centimetri di altezza. Tempo di scegliere un college e mettersi in luce nel torneo Ncaa. Tutto regolare, a meno che non ti chiami Kobe Bryant e non decida di prenotare subito un posto al piano di sopra, dove giocano quelli grandi, quelli che il college l’hanno già finito. Un po’ come quando da piccolo a Reggio Emilia si annoiava a giocare con quelli della sua età.

Usanza vuole che nel periodo che precede la sera del draft le squadre Nba possano provinare dei giocatori. Le qualità del leader di Lower Merion non erano un mistero per nessuno, tanto meno per i Los Angeles Lakers. Così come tanti altri, anche lo scout Mitch Kupchak, ex giocatore e in quel periodo assistente del GM Jerry West, aveva transitato dalle parti di Philadelphia per osservare dal vivo il figlio di Joe Bryant. Un conto però era vederlo confrontarsi con i coetanei, in un contesto poco stimolante per uno con quelle qualità. Un altro conto era vederlo misurarsi con uno “vero”, un giocatore reduce dalle final four Ncaa come Dontae’ Jones, solida ala di Mississipi che nei primi anni ‘2000 avrebbe militato anche a Napoli per due stagioni. Chi era presente quel giorno alla YMCA di Inglewood ha tramandato ai posteri la cronaca di un massacro. Bryant trasformò quel workout in uno show personale, nell’1vs1 umiliò Jones a tal punto da indurlo ad abbandonare il parquet in preda allo sconforto.

Le prime cinque scelte del draft 1996 erano già scritte. Dopo Allen Iverson, prima chiamata annunciata, anche Ray Allen, Stephon Marbury, Shareef Abdur-Rahim e Marcus Camby erano certi che avrebbero sentito David Stern annunciare il proprio nome all’inizio del primo giro. Kobe venne scelto alla 13 da Charlotte, che però nel frattempo si era già messa d’accordo con Jerry West. In cambio dei diritti su Bryant, i Lakers mandarono il centro Vlade Divac in Carolina del nord, anche perché nel frattempo qualcosa di grosso si era mosso sotto i tabelloni. La franchigia gialloviola aveva appena messo a segno un colpo da 90, firmando il free agent Shaquille O’Neal. Era cominciata l’epoca di Kobe e Shaq.

Threepeat

A metà anni ‘90 i Lakers albergavano tra pochi sussulti nel limbo della lega. I leader tecnici del gruppo allenato dal Del Harris erano Nick Van Exel ed Eddie Jones, un duo di esterni che, almeno nel primo periodo, avrebbe rappresentato un ostacolo per la crescita del giovane Kobe Bryant. Il rookie concluse il suo primo anno in Nba con 7,6 punti a partita in poco più di 15 minuti d’impiego medio. Nella cornice dell’All Star Game 1997 Bryant partecipò al rookie challenge e vinse lo slam punk Contest, in quella che l’unica partecipazione della sua carriera.

Il draft del 1996 aveva regalato alla causa gialloviola anche il play-tiratore Derek Fisher, selezionato da Jerry West con la 24esima scelta. Considerando che a metà stagione sarebbe arrivato dai Phoenix Suns anche Robert Horry, l’uomo dei tiri pesanti, già si stava delineando l’intelaiatura della squadra che avrebbe vinto tre anelli consecutivi tra il 2000 e il 2002. Per raggiungere il livello di competitività necessario mancava ancora qualcosa, o per meglio dire qualcuno. Quel qualcuno i Lakers lo individuano in coach Phil Jackson, reduce da un anno sabbatico dopo il secondo threepeat conquistato alla guida dei Chicago Bulls.

Jerry West vide nel maestro Zen l’uomo giusto per riportare LA sul trono: i tempi erano maturi, quel gruppo così sapientemente allestito era pronto per raccogliere i frutti di quanto seminato dal suo general manager. Jackson arrivò con le sue idee e con il suo attacco triangolo, il sistema di gioco ideato da Sam Barry e sviluppato dal suo fido assistente Tex Winter. La triple post offense rappresentava il mantra della fase offensiva del coach, un concetto i cui punti cardine risiedono nell’utilizzo delle spaziature e nella pulizia delle linee di passaggio, oltre che nel costante coinvolgimento del post basso. Jackson era riuscito a far digerire il triangolo persino a Michael Jordan quando era già Michael Jordan, ossia uno che fino a quel momento era abituato a sentire addosso l’intera paternità dei possessi d’attacco. Non esistevano i presupposti per i quali con Kobe sarebbe dovuta andare diversamente.

Nel frattempo, il nativo di Philadelphia aveva visto le sue cifre personali lievitare, ormai scollinava spesso e volentieri i 20 punti a serata. A ulteriore conferma della sua ascesa, nel ‘99 sia Jones che Van Exel, ormai fuori dal progetto tecnico, levarono il disturbo e si accasarono altrove. Il rapporto tra Jackson e il suo ambizioso numero 8 non partì però sotto i migliori auspici. Il coach lo accusava quasi di sabotare la squadra nel primo tempo, per poi recitare la parte dell’eroe salvatore nell’ultimo quarto, l’uomo della provvidenza che arriva nel momento cruciale e raddrizza la situazione. In un gruppo strutturato per vincere non c’era troppo spazio per gli eroi. Bryant mostrò la maturità nel riuscire in breve tempo ad assimilare il concetto. Già si udivano i primi vagiti di quella che sarebbe stata rinominata Mamba mentality.

O’Neal era la stella conclamata della squadra, e su questo non esistevano dubbi. Il centro ex Orlando Magic, premiato col riconoscimento di Mvp stagionale nel 2000, in quegli anni semplicemente non era marcabile, godeva uno strapotere tecnico e soprattutto fisico come si era visto raramente. Kobe era il secondo violino, almeno nei primi anni aveva una perfetta coscienza che quello fosse il suo ruolo. Fisher, Horry e Rick Fox i comprimari perfetti di squadra che aveva la chance di scrivere nuove pagine di storia. Dei tre titoli consecutivi conquistati dai Lakers, le uniche Finals realmente combattute furono le prime, quelle al cospetto degli Indiana Pacers nel 2000. Gli anni successivi, sia contro i Philadelpha 76ers nel 2001 che con i New Jersey Nets nel 2002 non ci fu praticamente mai storia.

I momenti più delicati vissuti dal gruppo di Phil Jackson in quel triennio ci riportano a due finali di conference. La prima, nel 2000, contro i Portland Trail Blazers di Rasheed Wallace, Scottie Pippen, Bonzi Wells e Avrydas Sabonis. Fu una serie super combattuta, tanto che per stabilire chi delle due dovesse staccare il biglietto per le Finals si rese necessaria una gara 7. Sul parquet dello Staples Center di Los Angeles gli ospiti accumularono 15 punti di vantaggio a poco più di dieci minuti dall’ultima sirena. Una situazione da spalle al muro per i Lakers, che nel momento di maggiore difficoltà misero in piedi una disperata rimonta culminata con una giocata destinata a rimanere impressa nella mente: Bryant penetrò centralmente dopo un cambio di mano, sull’aiuto di Brian Grant mandò per aria un lob per O’Neal, che raccolse il pallone e schiacciò al volo. Nel palazzo esplose il delirio, il numero 34 esultò con le braccia al cielo, indicando la tribuna in preda a una gioia incontrollata.

L’altro episodio chiave si consumò nella finale a Ovest nel 2002, più precisamente in gara 4, ancora una volta nella cornice dello Staples. Gli avversari da battere erano i Sacramento Kings, in quella che a tutti gli effetti era una finale anticipata. Il gruppo allenato da Rick Adelman, tassello dopo tassello si era affermato come una superpotenza a Ovest, al pari se non addirittura meglio degli stessi Lakers. Chris Webber era la stella della squadra, ma di fianco a lui figuravano giocatori di talento indiscusso quali Peja Stojakovic, Mike Bibby, Doug Christie, Vlade Divac, Hedo  Turkolglu e il sesto uomo Bobby Jackson. In quella sfida i Kings avevano la possibilità di portarsi sul 3-1 nella serie e mettere quindi virtualmente le mani sulle Finals.

I campioni in carica si ritrovarono a inseguire per tutta la gara, fino a quando, nel quarto periodo, non salì in cattedra Robert Horry: prima due triple fondamentali per tenere i Lakers a contatto, poi l’ultimo tiro, quello che valse la vittoria e la parità nella serie, un canestro frutto quasi del caso. Con due punti da recuperare, i Lakers avevano la palla in mano a una manciata di secondi dalla fine. Bryant penetrò per cercare il pareggio con un layup, sul rimbalzo fu poi O’Neal a tentare il tap in, ma anche lui non trovò il fondo della retina. Divac scacciò via la palla con un tap out per evitare spiacevoli conseguenze, ma il suo gesto si trasformò in un assist per Horry, appostato centralmente poco fuori dall’arco dei tre punti. L’ala raccolse il pallone e tirò in una frazione di secondo, eludendo il disperato tentativo di stoppata di Webber: solo rete.

La serie si sarebbe poi conclusa con la drammatica gara 7 giocata nella bolgia dell’Arco Arena. I Lakers espugnarono il campo nemico dopo un supplementare, guadagnandosi la finale contro i Nets che si sarebbe rivelata quasi una formalità, considerata la differenza di valore tra le squadre. A 24 anni ancora da compiere, Kobe Bryant aveva già tre anelli alle dita e li aveva conquistati da protagonista sul campo, seppure all’ombra dello strapotere del suo centro.

Quella sera in Colorado

È l’estate del 2003, più precisamente il 30 giugno. Kobe Bryant è in Colorado per sottoporsi a un’operazione al ginocchio. Così come tante celebrità, anche lui quando viaggia preferisce mantenere l’anonimato. Per questo decide di farsi prenotare una stanza al Cordillera Lodge & Spa sotto lo pseudonimo di “Javier Hernandez”. Alla reception dell’hotel lavora una ragazza di 19 anni, il suo turno sarebbe quasi terminato, ma quando si viene a sapere che quel Javier Hernandez è in realtà Kobe Bryant decide di restare. Vuole vedere da vicino il campione, conoscerlo di persona. L’allora 25enne guardia dei Lakers si presenta intorno alle 22 insieme a due accompagnatori, la donna lo accoglie alla reception e lo conduce alla sua stanza. Fin da subito i due sembrano godere di un’intesa particolare, si accordano quindi per una sorta di giro turistico del resort. Alcuni testimoni racconteranno di averli visti scherzare tra loro mentre si aggiravano per la struttura. La parte nota della vicenda si conclude qui, poi si entra in un cono d’ombra, una sfera privata nota solo ai due interessati. La mattina seguente la receptionist contatta la polizia locale e racconta di aver subito violenze sessuali da parte di Kobe Bryant. Stando a quanto dichiara la donna, dopo averla baciata il giocatore avrebbe cominciato a palparla tenendole, al contempo, una mano serrata intorno alla gola. Tra i due si sarebbe poi consumato un atto sessuale durato alcuni minuti, al termine del quale alla ragazza sarebbe stato intimato di non rivelare ad anima viva quanto successo. 

Interrogato dagli inquirenti, inizialmente Bryant nega di aver persino baciato la ragazza, ma quando gli fanno notare che la stessa si è già sottoposta ai test medici, decide di cambiare la sua versione: il rapporto sessuale c’è stato, ma si è trattato di un atto consenziente, in cui la ragazza stessa ha preso l’iniziativa slacciandosi il vestito con la scusa di mostrargli un tatuaggio. Intanto, i test medici sulla 19enne evidenziano delle microlesioni alla “commessura labiale posteriore”, compatibili con una violenza sessuale. Ai primi di luglio gli inquirenti ottengono un mandato d’arresto, la questione si trasforma in un caso giudiziario. Il giudice scelto per il processo  è  Terry Ruckriegle, noto per trattare col pugno di ferro i casi di stupro. L’accusa fa leva sulle tracce di sperma del giocatore e di sangue della ragazza evidenziati dai rilevamenti scientifici sulla maglia usata da Bryant. Sembra la prova decisiva, l’apripista verso una condanna certa, ma in seguito le cose cominciano a cambiare. La difesa evidenzia le bugie della donna: ha mentito sul fatto di essere stata costretta a lavarsi prima di uscire dalla stanza dopo il rapporto, così come non è vero che quella sera sia rimasta nel resort per via di un guasto alla sua auto. Semplicemente desiderava conoscere di persona Kobe Bryant. 

Il procedimento giudiziario andò avanti fino a quando, nel giugno del 2004, non giunse l’agognata svolta per la difesa. Sugli indumenti indossati dalla receptionist, sia quella sera che il giorno dopo all’ospedale, vennero trovati peli pubici e dna che fecero risalire a un uomo bianco caucasico. Gli esami indussero a credere che la receptionist avesse avuto altri rapporti sessuali nelle ore precedenti al suo incontro con Bryant. Grazie a questo risvolto il processo penale di fatto si concluse qui, con la stella dei Lakers che non ricevette alcuna condanna: la ragazza lo citò poi in una causa civile allo scopo di riscuotere un risarcimento per danni morali, ma la vicenda non ebbe ulteriore seguito, almeno in ambito giudiziario. A livello personale Kobe dovette chiarire con la moglie Vanessa in primis, la donna che amava e che aveva sposato da giovanissimo, a dispetto dei pareri contrari delle rispettive famiglie. Bryant scelse di convocare una conferenza stampa per spiegare quanto successo. Mentre parlava con voce tremante, la moglie gli strinse la mano per tutto il tempo, senza mai lasciarla. Dopo aver inizialmente valutato l’ipotesi del divorzio, la coppia scelse di andare avanti insieme. 

Quell’episodio cambiò Bryant nel profondo, segnò quasi il passaggio tra una fase e l’altra della sua maturazione come uomo. Da quel momento mantenne un atteggiamento più distaccato dal mondo esterno, non fece più parlare di sé per questioni extra cestistiche. E a proposito di basket, in quel tormentato periodo fatto di udienze e comparizioni di fronte al giudice, Bryant subito dopo prendeva l’aereo e raggiungeva i suoi Lakers, a volte si presentava persino a partita iniziata. Sembrava quasi che la vita surreale nella quale era piombato gli avesse conferito una particolare carica agonistica. Si presentava a San Antonio, a Phoenix, a Sacramento, a Milwaukee o in casa a Los Angeles, allacciava le scarpe e ne metteva 30, 35, a volte scollinava quota 40. Il sistema nervoso è ricco di complessità che si traducono nelle azioni che commettiamo nella vita reale. Quello di Kobe Bryant gli ha permesso di superare anche in questa maniera uno dei periodi più bui della sua vita, un momento nel quale ha rischiato di perdere tutto, dalla famiglia, al basket, agli sponsor. Anche questo aspetto del suo carattere, nel bene e nel male, è sintomo di una grandezza rimessa nelle mani e nella mente di pochi eletti. 

L’addio di Shaq, gli 81, il 24

This Town Ain’t Big Enough for Both of Us” cantavano i fratelli Mael negli anni ’70. Nel 2004 anche i Los Angeles Lakers non erano più abbastanza grandi per Kobe e Shaq. Il numero 8 non si espose mai pubblicamente, ma tra voci di corridoio e dichiarazioni sibilline il dado era tratto. Bryant era ormai la stella in ascesa della squadra, il suo ego e il suo talento reclamavano uno spazio da leader. O’Neal a 32 anni aveva capito che, se mai avesse deciso di prolungare la propria permanenza in California, stavolta il ruolo di scudiero sarebbe toccato a lui. I gialloviola erano reduci dal sogno infranto nella stagione precedente, quando Karl Malone e Gary Payton si erano uniti alla causa di LA nella speranza di mettersi finalmente al dito un anello. Il progetto dei Fab four si infranse contro i Detroit Pistons dei due Wallace, Thayshaun Prince, Chauncey Billups e Rip Hamilton, proprio l’uomo che ai tempi dell’high school aveva duellato con Kobe in più occasioni.

“Rebuilding” era la parola che orbitava intorno ai Lakers in quel periodo. Un gruppo da svecchiare, la necessità di assemblare un nuovo roster intorno a una stella che potesse garantire tanti anni ad alti livelli. Era evidente che tra i due quello di troppo fosse il centro soprannominato The Diesel. E mentre O’Neal faceva fagotto con destinazione Miami, Bryant si calava nel suo nuovo ruolo di uomo simbolo della franchigia. Almeno inizialmente andò meglio al primo, che si ritrovò a coprire il ruolo di spalla di lusso di Dwayne Wade. L’esterno ex Marquette University vinse praticamente da solo le finali del 2006 contro Dallas, permettendo a Shaq di conquistare il suo quarto e ultimo titolo Nba. Ma mentre in Florida si festeggiava, sulla costa del Pacifico le cose non andavano proprio benissimo. Con comprimari non all’altezza quali Smush Parker, Slava Medvedenko e Kwame Brown, il Mamba e i Lakers erano scivolati in un purgatorio che, per uno con la sua ossessiva fame di vittorie, equivaleva a un lungo viaggio tra gli inferi. Col centro Andrew Bynum ancora acerbo tecnicamente, il solo Lamar Odom sembrava in grado di reggere il livello agonistico e tecnico richiesto dal suo leader, seppure con qualche saltuario calo di rendimento. Bryant stuzzicava la dirigenza, minacciava velatamente l’addio, in altre parole pretendeva di avere intorno un team che fosse degno di lottare al vertice.

In quel periodo le soddisfazioni per Bryant furono poche, ma alcune di esse memorabili. Una di queste risale al 22 gennaio 2006, quando segnò 81 punti contro i Toronto Raptors, facendo registrare il secondo miglior punteggio individuale di sempre in una partita Nba. Quella sera Kobe tirò 21/33 da due e 7/13 da tre, guidando la squadra a una rimonta di 18 punti che valse la vittoria. Una prova leggendaria, battuta solo dai 100 punti realizzati Wilt Chamberlain il 2 marzo del 1962 con la maglia dei Philadelphia Warrios contro i New York Knicks. Se ormai il suo dominio individuale era lampante per chiunque, a livello di squadra le gioie tardavano ancora ad arrivare. I pianeti si sarebbero allineati il primo febbraio del 2008, quando, dopo aver rifirmato Derek Fisher, i Lakers prelevarono dai Memphis Grizzlies il lungo spagnolo Pau Gasol. Nel frattempo, sulla schiena di Kobe l’8 aveva ceduto il posto al 24, il numero che aveva avuto nel suo anno da freshman in highschool. Perché? “Perché 24 sono le ore del giorno e bisogna godersele tutte. Non dobbiamo sprecare nemmeno un attimo della vita che abbiamo”.

L’Mvp e gli ultimi due titoli

Avrebbe potuto vincerne di più, probabilmente lo avrebbe meritato. Nel lustro che intercorse tra il 2005 e il 2010 il monarca della Lega era lui, difficile argomentare altrimenti. Ma in uno strano susseguirsi di circostanze, il riconoscimento come Mvp stagionale per Kobe Bryant arrivò solo nel 2008, con i Lakers che grazie a un record di 57-25 si assicurarono il primo posto nella Western Conference. I 28,4 punti per gara conditi da 6,3 rimbalzi e 5,4 assist, rendono appena l’idea dello strapotere tecnico espresso dal Black Mamba in quella fase della sua carriera. Sulla sponda dell’Atlantico però, i Boston Celtics si erano attrezzati per vincere un anello che mancava fin dai tempi di Larry Bird. In estate, Ray Allen e Kevin Garnett avevano sposato la causa di Paul Pierce e Rajon Rondo, un doppio colpo che di fatto applicava l’etichetta di favorita sulla squadra allenata da Doc Rivers. Lakers e Celtics si trovano in finale l’una di fronte all’altra. I biancoverdi riuscirono a compiere la missione per cui quel gruppo era stato concepito: si imposero per 4-2 sui campioni della western conference e riportarono il Larry O’Brien Trophy in Massachusetts 22 anni dopo l’ultima volta. Bryant si consolò parzialmente ad agosto mettendo al collo il suo primo oro olimpico con il dream team guidato da coach Mike Krzyzewski.

Nella stagione successiva i tempi erano ormai maturi. Bryant giocò probabilmente la sua miglior pallacanestro in carriera, con la perla dei 61 punti segnati sul parquet del Madison Square Garden, record che sarebbe poi stato battuto da Carmelo Anthony nel 2014. I Lakers archiviarono la regular season con 65 vittorie, solo i Cleveland Cavaliers di LeBron James fecero meglio di loro. In tanti si aspettavano una finale proprio tra il Black Mamba e il Prescelto, ma un po’ a sorpresa i Cavs vennero eliminati dagli Orlando Magic di Dwight Howard. A ovest i Lakers fecero il proprio dovere, sbarazzandosi di Jazz, Rockets e Nuggets, faticando più del previsto solo contro la franchigia texana. Il duo Bryant-Gasol funzionò alla perfezione anche nelle Finals, dove a fronte di un’evidente supremazia gialloviola ai Magic non rimasero che le briciole. Per la prima volta nella vita Kobe Bryant si portò a casa sia l’anello che il premio di Mvp delle Finals: era salito sul tetto del mondo e non aveva alcuna intenzione di scendere.

Nel 2009/10 si unì al gruppo anche Metta World Peace, all’epoca ancora Ron Artest. Un cavallo pazzo, ai tempi ricordato più per la celebre rissa al Palace of Auburn Hills di Detroit che per il suo valore in campo. Tenendo fuori la sua esuberanza e valutando il mero aspetto tecnico, Artest era da ritenersi un difensore in single coverage come ce n’erano pochi in circolazione, un elemento potenzialmente fondamentale, specie in ottica playoff. Ancora una volta, Cavs e Lakers ottennero il miglior record nelle rispettive conference, ma Cleveland inciampò di nuovo lungo la strada verso la finale, stavolta al secondo turno per mano dei Boston Celtics. Gli uomini di Rivers eliminarono anche Orlando e tornarono alle Finals a due anni di distanza dal titolo vinto nel 2008. Di nuovo Lakers contro Celtics, la più classica delle classiche, ma anche la più grande occasione di rivincita per i gialloviola. La serie fu bellissima, si concluse solo a gara 7 a margine di una battaglia serrata, Bryant bissò il titolo di Mvp e mise in bacheca il suo quinto Larry O’Brien Trophy.

Finale di carriera e ritiro

Il secondo oro olimpico, conquistato a Londra nel 2012, fu di fatto l’ultimo trofeo collettivo vinto da Kobe Bryant. A un anno di distanza dal secondo titolo consecutivo, Phil Jackson salutò definitivamente la panchina dei Lakers. Prima la parentesi Mike Brown, poi l’esperienza di Mike D’Antoni, che a posteriori non si rivelò una scelta felice, così come l’acquisto di uno Steve Nash giunto ormai all’autunno della carriera. I gialloviola non riuscirono più a spiccare il volo e Bryant, martoriato dai problemi fisici, dovette “accontentarsi” di alcuni traguardi personali. Su tutti il terzo posto assoluto tra i migliori marcatori in regular season nella storia Nba (sarebbe poi stato superato da LeBron James all’inizio del 2020).

Il sorpasso a Michael Jordan avvenne il 14 dicembre 2014, in una partita contro i Minnesota Timberwolves. Un avvicendamento carico di significati per colui che, nel corso della carriera, più di ogni altro è stato accostato a sua maestà MJ. Meno di un anno prima, ad aprile 2013, contro i Golden State Warrios il numero 24 aveva riportato un grave infortunio al tendine d’achille causato da un contatto con Harrison Barnes. Prima di uscire dal campo dolorante, Bryant aveva mandato a segno entrambi i tiri liberi appoggiandosi su un piede solo. L’ennesima dimostrazione della sua tenacia, la mente che a discapito dei fattori esterni gli imponeva di arrivare fino in fondo, anche quando il fisico gli suggeriva di fermarsi. Era il suo modo di vivere la pallacanestro, sia quando giocava che quando era in panchina o infortunato. Spesso si improvvisava allenatore aggiunto, monopolizzava i time out, spronava di continuo i compagni, anche in italiano se necessario (per informazioni chiedere a Sasha Vujacic, transitato nel nostro campionato con la maglia di Udine).

L’annata 2015/16 fu l’ultima della sua carriera. All’all star game di Toronto ci arrivò sull’onda di un plebiscito popolare, tutti volevano Kobe, nessuno era pronto a vederlo dire addio al basket. L’addio però arrivò, in una sera di metà aprile, sul parquet amico e teatro di mille e una emozione dello Staples Center. Chiuse alla sua maniera, 60 punti tondi e partita vinta. Salutò con un eloquente “Mamba out” prima di congedarsi dalla gente di LA. Alla fine del 2017 i Lakers organizzarono una cerimonia in sua presenza per ritirare entrambi i suoi numeri di maglia, l’8 e il 24. Lui, nel frattempo, si dedicò insieme all’animatore Glen Keane al corto “Dear Basketball”, il suo inno d’amore allo sport a cui ha dedicato la vita. Nel 2018 quell’opera gli valse il premio Oscar per il miglior cortometraggio animato, giusto perché di vincere non ne aveva ancora abbastanza. Sempre nel 2018 pubblicò il libro “Mamba mentality”, un racconto della sua carriera e degli uomini che più ne hanno influenzato il cammino nel corso degli anni.

Quel maledetto 26 gennaio

Bryant odiava imbottigliarsi nel traffico di Los Angeles. Da tanti anni l’elicottero era diventato il suo mezzo prediletto, gli consentiva di ottimizzare le 24 ore della giornata, una soluzione che ben si sposava con la sua filosofia di vita: mai perdere nemmeno un secondo. La mattina del 26 gennaio il suo Sikorsky S-76B decollò dal John Wayne Airport alle 9.06 per dirigersi alla Mamba Sports Academy, un centro sportivo di proprietà di Bryant situato a Thousand Oaks. Kobe e la figlia Gianna Maria erano attesi per una partita amichevole, lui allenatore e lei giocatrice. Il pilota, Ara Zobayan, aveva percorso lo stesso tragitto il giorno prima, occasione in cui non aveva palesato preoccupazioni per il meteo. In vista della traversata del giorno dopo, Zobayan in un sms aveva parlato di “condizioni climatiche non ottimali, ma sicuramente meglio di quelle di oggi”. Quasi una beffa alla luce di quanto avvenne. Stando a quanto pubblicato su un report nei giorni successivi, il pilota volò sentendosi “disorientato dalle condizioni che rendevano difficile scorgere la linea dell’orizzonte e valutare in modo corretto angoli e traiettorie”. L’ultimo contatto radio con il pilota avvenne intorno alle 9:30, poi il buio totale. L’elicottero si schiantò sulle colline di Calabasas senza risparmiare nessuno dei passeggeri. Oltre a Bryant, la figlia e il pilota, a bordo c’erano l’allenatore di baseball universitario John Altobelli, la moglie Keri e la figlia 13enne Alyssa, compagna di squadra di Gianna, poi Christina Mauser, allenatrice e collaboratrice di Bryant, e Payton Chester, anche lei compagna di squadra di Gianna Maria, insieme alla madre Sarah.

Raramente Michael Jordan si concede a un discorso pubblico, ma in occasione della cerimonia organizzata allo Staples Center decise di fare un’eccezione. Parlò di un amico, un fratello che non c’era più: ““Forse qualcuno rimarrà sorpreso, ma io e Kobe eravamo davvero amici. Kobe era come un fratello minore per me. Tutti parlavano sempre di agonismo e competitività tra me e lui, io voglio solo parlare di Kobe. Abbiamo fratelli minori, sorelle minori, che in qualche modo prendono le tue cose, i tuoi vestiti, le tue scarpe. Ti da quasi fastidio per certi versi. In questo caso il fastidio è diventato amore e ammirazione già solo per come mi ha trattato da fratello maggiore. Le domande, la voglia di conoscere nel dettaglio tutto. Kobe mi chiamava, mi mandava messaggi, all’1:00 di notte, alle 2.30, alle 3:00 del mattino. Mi parlava del gioco in post, del gioco di gambe e a volte anche del Triangolo. Inizialmente la cosa mi irritava ma poi è diventata una passione, perché questo ragazzo ne aveva a livelli impossibili da capire. E la cosa straordinaria della passione è che quando ami qualcosa, se hai una forte passione per qualcosa, ti spingi all’estremo per capire e raggiungerla Quando è morto Kobe, insieme a lui se n’è andata anche una parte di me.

di Mauro Manca


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