Uomini legati dal destino: Maradona, Best e Fidel Castro


Maradona palesa un senso di solenne riverenza, quella che non ha mai mostrato agli avversari, ai giornalisti, ai presidenti delle squadre in cui ha giocato. Mentre prende posto davanti a lui i suoi occhi già parlano, esprimono un’ammirazione impossibile da celare, non che abbia alcun interesse nel farlo.

“Comandante, lei ha detto che noi del Sud America avremmo potuto essere tutto, ma che alla fine non siamo stati niente. Che cosa intendeva dire?”. La risposta ha lo stesso tono che un padre compassionevole userebbe coi propri figli: “Devo rettificare questa affermazione. Potevate essere tutto, è vero. Oggi non siete niente, vero anche questo. Ma nonostante le difficoltà noi e voi cammineremo sempre uniti e insieme diventeremo grandi. E questo lo sai anche tu che sei un amico di Cuba Diego, sei sempre stato leale con noi”. Uno scambio di battute che risale al 2005, più che una vecchia intervista quasi una chiacchierata tra Fidel Castro e Diego Armando Maradona. La trasmissione era La noche del diez, facile intendere come il fenomeno del fútbol ne fosse il conduttore e il protagonista.

Non c’era niente di artefatto in quel rapporto, non un solo aspetto che fosse costruito, recitato o studiato a tavolino. Maradona si è distinto nella vita da spirito libero, indipendente nello scegliere a chi devolvere la propria fedeltà, un uomo che ha vissuto ogni rapporto senza curarsi di ritorsioni o influenze provenienti dall’esterno. Straordinariamente ingenuo nella sua semplicità, non ha saputo mettersi al riparo dagli errori, pagandoli tutti, uno per uno, sulla propria pelle. La conoscenza con Castro non ha perciò rappresentato un’eccezione al suo modo di essere, anzi, per certi versi lo ha persino rafforzato. Con il lìder maximo fu amore a prima vista, un’affinità prima tra anime che tra una leggenda del calcio mondiale e una delle figure politiche più influenti e discusse del XX secolo.

“Nel 1987 ricevetti due inviti nello stesso periodo per ritirare un premio sportivo, uno da parte degli Stati Uniti e un altro da Cuba. Non ci pensai nemmeno un attimo. Perdonatemi signori americani, tenetevi pure il vostro premio, io vado da Fidel”.

Quando Maradona pronunciò queste parole pubblicamente non mostrò alcuna remora nel palesare il proprio manifesto politico e sociale. Ernesto Che Guevara ce l’aveva inciso sulla pelle, un simbolo della rivoluzione cubana che Diego portava inciso su di sé. L’altro uomo chiave nella guerra che condusse alla caduta del dittatore Fulgencio Batista fu proprio lui, Fidel Castro. “Gli altri politici pagano per vincere le elezioni, lui invece ha vinto a capo di una rivoluzione, imbracciando il fucile. È un uomo con due huevos giganti”. Una frase che esemplifica la devozione di Maradona verso lo statista cubano.

Un personaggio legato perfino al suo processo di disintossicazione, lungo il duro cammino in uscita dal tunnel della polvere bianca. Nel 1987 la personale ricerca della felicità di Maradona lontano dalla droga passò da lì, da Cuba e dal suo leader politico.

L’addio nello stesso giorno

Castro ha lasciato questo mondo il 25 novembre del 2016. Come la maggior parte dei cubani amava profondamente il baseball, da ragazzo lo praticò pure per un periodo, pare che fosse un promettente lanciatore dotato di un’ottima fastball. In onore di Diego fu disposto a mettere da parte per un momento la passione per mazze e guantoni, tanto che a margine di quell’intervista del 2005 si concesse persino qualche palleggio con el Pibe de oro.

“Ho avuto con lui un rapporto di amicizia unico che non credo abbia avuto nessun altro. Ora andrò a Cuba per salutare un amico” dichiarò l’argentino poco prima di recarsi al suo funerale. Un amico, Castro era soprattutto questo per Diego, che per ironia della sorte, o forse sempre per quel senso di riverenza, se ne sarebbe andato esattamente quattro anni più tardi.

Il filo rosso che unisce Diego Armando Maradona a Fidel Castro vola al di là del loro rapporto, si snoda fino ad abbracciare anche un’altra figura controversa del secolo scorso: George Best. L’ex fenomeno del Manchester United ha molte più affinità con el pibe de oro che con il dittatore cubano, ma con entrambi condivide la data di morte: il 25 novembre (2005).

I punti in comune tra Best e Maradona non si esauriscono certo qui. Il primo pensiero ovviamente ricade sulla celebre filastrocca: “Pelé good, Maradona better, George Best”. Una canzoncina che riecheggia ancora oggi in Gran Bretagna e che pone sullo stesso piano (il più alto del Paradiso calcistico) tre autentici fenomeni. La storia ci ha consegnato un epilogo diverso, ma per chi ha potuto godere del suo talento Best non aveva nulla da invidiare a nessuno ed è giustamente considerato tra i giocatori più forti di sempre.

“Don’t die like me”

Analizzando le carriere e le vite del nordirlandese e dell’argentino, ci si rende conto però che i due non condividevano solamente l’enorme talento per il football. Best può essere considerato come un precursore di Maradona, sia per quanto riguarda le imprese in campo sia per molto di quello che è successo fuori dal rettangolo verde. E le loro due maglie sono forse le più iconiche della storia del calcio: la leggenda della numero sette del Manchester United è iniziata proprio con George Best ed equivale, in termini di importanza, alla diez di Maradona.

La vita reale di entrambi si può riassumere con un solo termine: eccesso. Best è stato il primo vero calciatore superstar, il miglior giocatore della sua epoca che non finiva solo sui giornali di impronta sportiva, ma anche su quelli di gossip. E Maradona negli anni Ottanta non è stato da meno. Entrambi hanno avuto due grandi debolezze. Quella meno distruttiva era la passione per l’altro sesso. A tutti e due sono stati attribuiti flirt così numerosi da poter garantire la sopravvivenza dei tabloid e dei giornali rosa per anni. Ma Best e Maradona avevano un’altra grande debolezza, che li avrebbe segnati per tutto il resto della loro esistenza: l’alcool per il primo, la droga per il secondo. Il punto di arrivo per due personaggi ribelli, anarchici, che volevano vivere oltre il limite.

La dipendenza di Best, con le successive complicanze, lo avrebbe condotto alla morte a soli 59 anni. Il 20 novembre 2005 sul tabloid News of the World pubblicò un suo messaggio: “Don’t die like me”. Probabilmente lo stesso slogan che avrebbe pronunciato Maradona se avesse avuto la coscienza della morte durante gli ultimi suoi giorni. Ma se non avessero condotto questo tipo di vita, forse, non sarebbero stati per davvero Diego Armando Maradona e George Best. Due idoli per la gente comune.

di Andrea Bonafede e Mauro Manca


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