Vivere Roberto Baggio


A Roberto Baggio è legato uno dei miei primi ricordi d’infanzia. Nell’estate del 1994 avevo sei anni, e quel poco che sapevo sul mondo del pallone me lo raccontavano le voci di Radio Uno attraverso la cronaca minuto per minuto. Ho impresso questo fermo immagine nella memoria: mio padre seduto sul divano, la radio di fronte a lui, la voce inconfondibile di Francesco Repice che interviene dall’Olimpico, Riccardo Cucchi che lo interrompe perché qualcuno ha sbloccato il risultato al Delle Alpi.

Il garbo e la professionalità di un calcio raccontato, fondamentale per chi nel cuore degli anni ’90 non aveva ancora esplorato il mondo della Pay per view. Poi intorno alle 18 cominciava Novantesimo minuto, che mandava in onda le sintesi in chiaro. Finalmente potevo vedere i gol. E in quel periodo gol di Roberto Baggio ne vedevo tanti, così come ammiravo le sue giocate, i suoi assist, piccole grandi cose che lui e pochi altri erano capaci di fare sul rettangolo verde.

A un passo dal sogno

Se dovessi però mettere una X su una data specifica da cui far decorrere la mia memoria calcistica, quel giorno sarebbe il 17 luglio del 1994. Per venire incontro alle esigenze del pubblico europeo, il mondiale americano si giocò a orari disumani rispetto al clima estivo. La finale tra Italia e Brasile non fece eccezione, fischio d’inizio alle 12:30 ora locale sotto il sole cocente della California. Il termometro segnava 37 gradi con il 70% di umidità. Ma il me bambino non si dava certo pena per simili dettagli, l’unica cosa che contava era tifare per lui, per Baggio. L’uomo che dopo un inizio deludente ci aveva trascinato fino a lì, un miracolo e una prodezza alla volta.

Quindi la finale, la tensione, la concitazione, il bacio di Pagliuca alla dea bendata dopo essere stato graziato dal palo, lo 0-0 che rimane in piedi fino all’ultimo secondo dei supplementari. Poi quel rigore che sorvola la traversa, io ancora poco avvezzo al regolamento che non capisco cosa stia succedendo, i miei che si voltano e mi dicono con un sorriso: “Pazienza, ci riproveremo tra quattro anni”. Il sogno mondiale si era appena infranto e già lo avevano assolto. Dopo tutto, come si faceva a voler male a Roberto?

Purtroppo anche quattro anni dopo le cose non sono andate per il verso giusto. I rigori ci sono stati fatali un’altra volta, la terza in tre mondiali consecutivi. Al torneo francese Baggio indossava il numero 18 e il celebre codino era sparito dalla sua testa. Dopo un’esperienza tra luci e ombre con il Milan veniva da una stagione di rinascita col Bologna di Ulivieri: 22 reti e i soliti colpi di genio che gli erano valsi una convocazione a furor di popolo del Ct Cesare Maldini.

Di quel quarto di finale contro la Francia, ancor più della traversa colpita da Gigi Di Biagio, ricordo più di ogni altra cosa il gol sfiorato da Roberto, quel tiro al volo su lancio di Albertini che supera il portiere Barthez e sibila vicino al palo. Roberto che si mette le mani al volto, poi guarda la panchina azzurra e fa un cenno con le dita:

“C’è mancato tanto così”.

Al di là della maglia

Dal mio punto di vista, la storia calcistica di Roberto Baggio ha sempre avuto un sapore romanzesco, una trama dal retrogusto romantico che ne faceva risplendere l’aura indipendentemente dai colori della maglia indossata. Certo, i tifosi della Fiorentina avrebbero qualcosa da ridire, soprattutto quelli un po’ avanti con gli anni che vissero sulla propria pelle il passaggio all’odiata Juventus nel 1990.

Sono storie che trascendono il concetto stesso di sport, sconfinano nel senso di appartenenza e in quello di rivalsa, liquidabili alla stregua di questioni sempiterne nelle quali spesso, il calcio, funge da semplice veicolo. Personalmente non riuscivo a fare altro che ammirare il Divin Codino, era forse il solo di cui davvero non mi importava per che squadra giocasse. Per me l’importante era che giocasse e basta.

Più del pallone d’oro, degli scudetti e delle coppe, l’aspetto più bello del calcio di Baggio è che riusciva a mettere tutti d’accordo. Tutti, tranne i suoi allenatori. Mi è piaciuto davvero vedere due belle personalità del nostro calcio, come lui e Carletto Mazzone, dare vita a un sodalizio nell’ultima parte della sua carriera. Allo stesso modo però, empatizzavo con Baggio quando sentivo delle sue incomprensioni con Sacchi, o delle schermaglie con Capello o Lippi. Non ho “vissuto” il suo rapporto con Trapattoni, ma so che qualche frizione ci fu pure con lui. Alla fine è un po’ come quando leggi un romanzo avvincente o ti senti rapito dalla trama di un film: ti affezioni al protagonista e alla sua storia, a tal punto che i suoi antagonisti diventano in qualche modo anche i tuoi. Nella tua personale e idealistica valutazione non consideri aspetti tecnici o caratteriali, non badi all’equilibrio di uno spogliatoio. Quel lavoro sporco che lo facciano gli allenatori, noi vogliamo solo lustrarci gli occhi con le geometrie del numero 10.

La sfortuna non esiste

Anche gli eroi hanno degli eroi. Nel caso di Baggio è doveroso menzionarne uno in particolare. Lui stesso quando parla in pubblico di Daisaku Ikeda fatica a trattenere le lacrime, come per esempio al Festival dello Sport del 2019. Quando conobbe il maestro nel 1993 la sua conversione al Buddismo era già avvenuta da cinque anni, ma quell’incontro segnò l’attimo in cui capì che – parole sue – attraverso la nostra esistenza possiamo sperimentare che tutto ciò che ci sembra impossibile, in realtà è possibile. Quel viaggio attraverso la coscienza gli ha permesso di ritagliarsi una indipendenza spirituale di cui sentiva di avere un bisogno vitale. Lui che è sempre stato un personaggio riservato, poco incline a parlare in pubblico o ad auto celebrarsi. Se Baggio è stato ciò che è stato nel mondo del calcio, lo deve anche al suo percorso interiore iniziato nel 1988 e condiviso, nel tempo, anche dalla moglie Andreina.

Io, da semplice amante del calcio, desidero rivolgere un grazie anche al professor Jilles Bousquet, che tra il 1985 e il 1986 lo operò due volte al ginocchio in una fase cruciale quanto delicata della sua carriera. L’allora 18enne Baggio si sarebbe potuto arrendere di fronte a quell’infortunio, con menisco e crociato anteriore gravemente compromessi. Sarebbe stato semplice dire basta, dopo tutto aveva tutta la vita davanti a sé. La storia del calcio, ma anche dello sport in generale, pullula di pagine non scritte da talenti stroncati dalla cattiva sorte. Roberto però decise di non dare credito alla sfortuna, si impose come unico credo quello della forza di volontà, ancora prima di abbracciare la fede buddista. Dopo l’ultima operazione, quando quel calvario terminò, Baggio ancora steso sul letto della clinica ripeté a sé stesso una frase che simboleggia appieno il suo pragmatismo: “Adesso torno a giocare e li stendo tutti”. A distanza di tanti anni, gol, assist e tutta una lunga serie di emozioni, siamo ancora tutti qui, a ringraziarlo per aver mantenuto la parola.

di Mauro Manca


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